Questo racconto è il seguito di
Rebecca e le sue storie – Capitolo Primo – Incipit.
Il Tempo Oscuro era ormai giunto e La Valle dei Morti brulicava, come un formicaio pieno di operaie indaffarate: Il Sovrano Oscuro aveva portato tutti dalla sua parte, ci era riuscito alla fine.
Era bastato lusingare, illudere con promesse o far assaggiare il suo potere a chiunque avesse osato fermarlo: adesso dominava incontrastato, e tutto ciò che era esistito dell’antico regno era svanito per sempre.
La Valle dei Morti risuonava di un rumore stridente, qualcosa di ferroso, simile al rumore di una catena: mille e mille catene messe insieme.
Da lontano era difficile dire cosa fosse, di cosa si trattasse e dai Monti Diaspri non si vedeva che la bocca di un immenso burrone: là dove finiva il burrone iniziava La Valle dei Morti.
Un luogo aspro e desertico, un luogo che si diceva infestato dai fantasmi, ma non era questa la vera ragione per cui le era stato donato questo nome: semplicemente era lì che si perpetravano i massacri, lì era avvenuta la prima resa al Sovrano Oscuro, lì avvenivano i supplizi più crudeli e sempre lì si diceva che le persone giungevano senza mai poterne più uscire.
Un falco planava sui Monti Diaspri, rossi come la terra, perlustrando l’intera zona circostante: alberi secchi e morti, neri come la pece.
Gli Alberi Maledetti: un giorno quegli alberi era stati i Messaggeri degli Elfi Bianchi, Gli Evanescenti. Così li chiamavano, perché erano talmente bianchi, talmente puri ed eterei da sembrare quasi impalpabili.
Ma Il Sovrano li aveva tramutati negli Emissari del Male: Male Puro, come erano anche conosciuti.
Delle loro radici e della loro linfa Egli si nutriva, acquisendo sempre più potere, diventando sempre più crudele e sempre più invincibile: La Parte Bianca avrebbe avuto un bel da fare, adesso, per eliminarlo!
Ci provassero pure, diceva, tanto sono inespugnabile!
Nel frattempo il falco messaggero aveva sorvolato tutta la zona e adesso si gettava a picco sulla Valle dei Morti: ci avrebbe giurato, lo stridore delle catene era vero e gli schiavi dell’Oscuro, con catene ai polsi e alle caviglie, mettevano l’una sull’altra pietre e pietre e ancora pietre.
Pietre e massi rimpolpati con una stranissima lega di metalli e fanghiglia: L’Oscuro stava di certo costruendo un’arma letale, volta sicuramente ad annientare per sempre ciò che era rimasto dell’ultimo focolaio dei Ribelli della Resistenza.
Doveva tornare subito dal Re e fare rapporto: Gli Evanescenti non avrebbero resistito a un tale attacco.
Riprese il volo, fece per tornare indietro quando un fruscio, un sibilo quasi impercettibile lo sorprese alle spalle: le ali improvvisamente imprigionate, il respiro mozzato da un cappio invisibile, eppure c’era.
«Io non mi muoverei da qui, se fossi in te, Gwedyun.»
I rami lo stringevano sempre di più nella loro morsa e l’espressione maligna su quel tronco nero non faceva che acuire il dolore del povero volatile: paura non ne aveva, ma non riusciva a credere come uno dei più grandi sostenitori del regno e della pace, come uno dei suoi più grandi amici avesse potuto tradirli così.
«È semplice, mio vecchio amico,» rispose alla sua muta domanda «il potere è l’essenza di tutto: da qui tutto proviene e qui tutto deve ritornare. E L’Oscuro è Il Potere Assoluto.»
Gwedyun annaspava sempre di più nella morsa agghiacciante, in quei rami neri che già comprendeva sarebbero diventati la sua tomba, il suo letto di morte.
Addio… addio mio Re, addio terra una volta così bella… addio ai miei ultimi amici, ai miei ultimi istanti… non vi salverete dall’arma letale… non ho potuto avvisarvi, mi dispiace… accogliete tutti il mio perdono…
I rami allentarono la stretta, lasciando che il vecchio amico d’un tempo cadesse esanime al suolo: lì, nella Valle dei Morti, aveva esalato il suo ultimo respiro.
(Continua…)
©Lucia Boggia
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