Ed io che credevo di non avere ispirazione. È così che funziona: scrivi due cose ed è fatta.
È quello che vuole il mercato, è quello che vuole la gente: la visione manichea delle cose, di bene contro male, di luce contro buio, di vero contro falso…
Il giusto che volta le spalle e che si volge al Lato Oscuro, che tradisce i suoi amici, la sua terra e tutto il suo popolo.
O semplicemente L’Oscuro che nasce Oscuro e basta, senza un perché. E tutti sono chiamati a rispondere, dalle fasce del Bene Assoluto: di solito c’è una profezia, di solito si sa che questa cosa deve accadere, che accadrà o che sta per accadere.
E cosa succede? Si addossa, si appioppa l’intero destino del mondo a un povero ragazzo… un bambino, un giovane che magari se ne sta per i fatti suoi e non sa nulla di cose fantastiche e soprannaturali. O un uomo, un supereroe o anche eroe senza super va più che bene: tutto nelle mani di questo Unico. Ovviamente rigorosamente uomo, anche se negli ultimi tempi qualcosa sta cambiando.
Ma occorre cambiare nella prospettiva giusta o si finisce come sta già si finendo adesso: dal Dominio degli Uomini si passa al Dominio delle Donne, in una visione totalmente distorta di ciò che voglia dire lottare per la liberazione e per i propri diritti.
Non so perché lo sto scrivendo: è una storia, in fondo. Una storia come un’altra.
Ma è anche qualcosa di più: cosa voglio dimostrare? Cosa voglio fare, cosa voglio ottenere, scrivendo tutto questo? Perché lo sto facendo?
Il prodotto resterà sempre un prodotto: può essere un prodotto scadente, più che scadente o che a mala pena raggiunge la sufficienza. Ma sarà pur sempre un prodotto: in un anno la macchina industriale può sputare fuori sì e no un unico “prodotto” (e stavolta il termine è utilizzato in senso positivo, come il frutto di un lavoro e non come prodotto di mercato e di consumo) veramente buono, veramente autentico.
Magari avrà la fortuna di incontrare anche i gusti del pubblico. Ma una fetta non esagerata di pubblico. Questo è il dramma della scrittura.

Scosse la testa, stanca di pensarci, e riprese da dove aveva lasciato:

Il destriero correva affannato, mangiando la polvere di quello che ormai era diventato un deserto immenso: solo L’Antica Radura si era salvata, ma i giorni erano contati anche per quella.
Non c’era più niente da fare, ormai, e il fatto che Gwedyun non fosse ancora tornato dalla sua ricognizione era segno certo della sua morte: era sempre riuscito a farcela e non si era mai fatto fermare da nulla.
Se all’imbrunire non era ancora tornato nell’Antica Radura, significava che era morto.
Ma loro non potevano permettersi di rischiare: se c’era qualcosa da sapere, se L’Oscuro stava tramando alle loro spalle (e ciò era sicuro) dovevano saperlo.
L’oscurità avanzava e Fynnic, il destriero purosangue, era a tal punto sfinito, che andava fuori strada, non seguiva più il cammino e sembrava che la sua stessa vista fosse oscurata.
Il misterioso cavaliere smontò, si avvicinò al muso del cavallo e dolcemente gli mormorò delle parole nella Lingua Antica: forse stava cercando in qualche modo di placarlo e la cosa funzionò, perché non appena la dolce nenia risuonò nell’aria, Fynnic sembrò riprendere il controllo di se stesso.
Aveva ripreso a respirare regolarmente, il battito cardiaco si era placato e non sbuffava più quelle nubi vaporose dalle narici: gli occhi tornarono limpidi e con il loro sguardo profondo sembravano supplicare l’ammantata figura.
Quegli occhi così neri, così profondi, così teneri… guizzarono improvvisamente alla vista di un’altra figura ammantata, che si dirigeva violentemente verso di loro.

«Ti avevo detto di restare nella Radura: non è un luogo sicuro per te, questo.»
Gli occhi corvini, indistinguibili per chiunque altro in quel buio pesto, non furono estranei alla figura velata che si stringeva accanto al suo destriero.
La voce rude riecheggiò nell’aria, come una scudisciata in piena faccia.
«Non credevo che fossi il mio padrone.»
E nonostante il buio più profondo chiunque sarebbe riuscito a riconoscere in quel volto ormai scoperto la principessa Ferwyn, figlia del Re degli Evanescenti.
Il pallido incarnato s’indovinava sotto lo sguardo ormai abituato al buio e i capelli biondi rilucevano, come una fiamma pronta a guidare nell’oscurità.
«Il sarcasmo non è tra le armi utili a combattere questa guerra.» l’altro le restituì lo sguardo arcigno di So tutto io che ormai la fama gli attribuiva e continuò:
«Monta sul tuo cavallo e torna a casa.»
«Quale casa? Quel relitto che neanche si regge più in piedi?»
Era disorientata, arrabbiata e incapace di capire perché si comportasse in quel modo, ma un lampo guizzò all’improvviso nella sua mente, facendole socchiudere gli occhi alla luce di quell’epifania:
«Ora ho capito: non vuoi che io oscuri il tuo primato. Ciò che ti spetta di diritto in quanto uomo e in quanto eroe decretato alla vittoria da una stupida profezia. È così o no? Dimmi la verità.»
Filinbard, così si chiamava, rimase pietrificato dal suo sguardo, ma cercò di non darlo a vedere: lui era Il Grande Eroe, colui che secondo La Profezia degli Elfi era destinato a salvare il popolo dall’Oscuro. Era sempre stato così: perché adesso le cose dovevano cambiare?
Gli eroi erano gli eroi: Elfi, Cavalieri, Guerrieri Immortali destinati alla gloria.
Le donne… erano per lo più principesse destinate a sposare gli eroi glorificati. O erano del figlie dei Grandi Capi, Elfi, Guerrieri, eccetera.
Perché adesso una piccola principessa elfica avrebbe dovuto sottrargli ciò che gli spettava di diritto?
In fondo sì… Ferwyn aveva ragione, ma non per questo glielo avrebbe detto e non le avrebbe reso le cose facili. E viceversa, questo lo sapeva: Ferwyn era dura e testarda come suo padre.
Un pezzo di ghiaccio destinato a non sciogliersi mai, a non scalfirsi mai, come una roccia indistruttibile: ebbene, era giunto il momento di farle capire che non era poi così indistruttibile.
Lo sguardo tra i due divenne una lama affilata. Una lama che sprigionava fiamme, lampi e il più puro rancore: l’ultima scintilla di cui L’Oscuro aveva bisogno, per portare a termine il suo malefico piano.

(Continua…)

©Lucia Boggia