La Signora della Falce continuava a camminare in silenzio, nel buio intenso della notte e della foresta: la giovane che la seguiva era disorientata e avrebbe di gran lunga preferito svolgere una qualsiasi altra attività, piuttosto che vagare nel buio, alla ricerca di un’uscita che sembrava sempre più lontana.
E senza il suo amuleto aveva perso quel po’ di luce che avrebbe potuto rischiararle il cammino.
«La luce di un amuleto non ti servirà a granché, se la tua luce interiore è offuscata» sibilò la vecchia, che aveva sentito i suoi pensieri.
La pellegrina trasalì, poi ricordò a se stessa che nulla di tutto questo era strano: vagava in un magico labirinto, alla mercé di una magica e terribile strega (lo era davvero?)… cosa c’era di strano se questa ascoltava i suoi pensieri?
Ma La Signora le si voltò di faccia, e con la sua voce rude e gracchiante, le disse:
«Il mantello.» e la mano scricchiolante quasi lo chiamava a sé, come un bottino.
La giovane trasalì: «Cosa? No!» si ritrasse violentemente, arretrando di qualche passo.
«Ti ho già dato il mio amuleto: fattelo bastare.»
Gli occhi della vecchia divennero di un rosso sangue, puntandosi fissi nello sguardo di lei:
«Forse non ti è chiaro: è una Discesa! E la Discesa reclama sempre qualcosa.
Non puoi portare con te ciò che ti appartiene, se davvero vuoi fare questo viaggio.»
La vecchia vedeva e comprendeva il terrore negli occhi della donna e avrebbe davvero preferito essere meno dura, ma Cielo!, era La Signora della Falce: doveva chiedere il pegno necessario.
Scosse la testa, cercando di smorzare l’aria tagliente che aveva creato tra loro, poi disse:
«Devi morire, se vuoi rinascere: non c’è altra via che questa.
Lo vedi anche tu: il sole nasce e muore ogni giorno, così come l’astro notturno e la terra che avvizzisce in inverno, per poi rifiorire in primavera.
E di tutte queste cose io sono l’essenza.
Verrai spogliata di tutti i tuoi indumenti: ogni cento passi un gioiello o una veste, finché rimarrai totalmente nuda.
Ai tuoi occhi e ai miei: solo così potrai risalire.»
L’altra emise un sospiro che era quasi un gemito di dolore, ma non poteva più tirarsi indietro: di malavoglia si tolse il suo bel mantello blu notte e lo porse alla vecchia che lo agguantò bruscamente.
Solo allora la giovane notò di essere davanti a dei gradini che, di sicuro, portavano ad un cunicolo o una cosa del genere: aveva già capito che sarebbe dovuta scendere in quel posto stretto e buio.
Si morse un labbro, nervosa: «Una discesa in carne ed ossa!»
E la vecchia: «Se non senti col corpo, tanto vale rinunciare: tutto passa attraverso il corpo!»
E senza dare spiegazioni, come si era incarnata in quel corpo spaventoso, così scomparve.
Un brivido di terrore colpì la pellegrina: «Ehi, ma…?! Dove sei finita?! Mi lasci qui da sola? Sul serio?!»
E la voce: «La Discesa è affar tuo, mia cara: ci vediamo all’uscita!»
Tremante di rabbia e paura, convinta che La Signora l’avesse abbandonata a se stessa, cominciò a piangere e a ribellarsi: «No! Sai che c’è? Io mi fermo qui! Non sono tenuta ad andare avanti: si stava così bene…»
«… nel fango in cui finora hai sguazzato?»
La voce finì la frase per lei «Lo sai anche tu: una volta che imbocchi il labirinto non puoi uscire, finché non ti ci siedi e non fai i conti con ciò che incontri. Perciò… vai!»
E improvvisamente i gradini e la terra sotto i suoi piedi tremarono, facendole perdere l’equilibrio e inghiottendola nel buio cunicolo.

(Continua…)

©Lucia Boggia

Nel particolare della “consegna” dei gioielli e delle vesti mi sono ispirata al mito di Inanna, Dea sumera che scende negli Inferi per incontrare la sorella Ereshkigal, Regina del Regno dei Morti. Per arrivarci, tuttavia, la Dea è costretta a lasciare ad ognuno dei sette cancelli qualcosa che le appartiene, fino a giungere totalmente nuda al cospetto della sorella.