Era un tempo molto antico e le mele sorgevano ovunque, nell’aperta campagna: nell’aria nebbiosa, nel vento e nel tiepido sole autunnale.
Un piccolo paesino di campagna, eppure non un semplice paese: esso era da sempre e da tempo immemore Il Paese delle Mele, la dimora del tesoro più antico e più sacro.
Quello da tutti conteso, poiché era l’unico in grado di donare la vera conoscenza: il mistero della vita e insieme della morte.
Una cosa non viveva senza l’altra, e comunque gli abitanti del Paese delle Mele sapevano benissimo che la morte altro non era se non il principio e il seme di una nuova vita: una vita che era pronta ogni volta ad elargire il suo dono vermiglio, se solo si avesse avuto il coraggio di attraversare le nebbie.
L’antico paese era infatti noto per essere anche la dimora di magiche e misteriose nebbie, il velo che occorreva attraversare se si voleva giungere dall’altra parte della riva: il velo che traghettava tutte le anime al luogo a cui erano destinate.
Per ognuna un luogo diverso, con un nome diverso e dalle diverse forme e sfumature, eppure uguale ne era l’essenza: la nebbia che solo in principio vietava di vedere, ma che invitava a guardare oltre, se solo se ne aveva il coraggio, affinché si potesse scoprire la vera verità.
Un antico pozzo era posto al centro del paese: una piazza circolare sollevata su dei gradini in pietra e meli lungo tutto il diametro, a contornare il cerchio.
Il pozzo era grande, imponente e tutto d’argento, ornato di muschi e tralci e mele sui bordi: lo chiamavano Il Grande Pozzo, poiché immenso era il suo potere e si diceva che riportasse a casa chiunque avesse smarrito la via.
Le sue acque splendevano argentee e il fondo era ricolmo di petali di rose, poiché del pozzo si diceva che era anche in grado di esaudire qualunque desiderio gli fosse richiesto, e così le persone si affollavano alla sua bocca, gettando un petalo di rose per ogni desiderio che esprimevano.
Non molto lontano dalla piazza dimorava una delle famiglie più note del paese: dal centro si percorreva la strada che portava a sinistra, per poi voltare a destra giungendo in una via piccola e stretta, a tratti un po’ inquietante.
La campagna si stendeva a perdita d’occhio e ovunque si volgesse lo sguardo non si vedevano altro che meli: era lì, nella natura sconfinata, che La Gens Ericia aveva la sua dimora.
Una dimora semplice, ma calda e accogliente, come quella della maggior parte degli abitanti di Mali, Il Paese delle Mele.
Una staccionata di legno attorniava l’accesso alla casa, a guardia della quale erano posti due cani di media stazza: uno bianco e l’altro nero, quasi a voler rimarcare quell’equilibrio dei contrari tanto caro al popolo del villaggio.
Dietro la staccionata un’enorme distesa verde, un campo eternamente florido e ben coltivato, in cui gli abitanti vivevano di quello che offriva il suolo: tutto ciò che La Madre avrebbe donato, lo avrebbero accettato e ne sarebbero stati grati.
Il grande giardino si allungava oltre, fino a giungere a un vero e proprio cerchio: un luogo sacro e intoccabile in cui i più belli, sacri e immensi alberi sorgevano.
Tuttavia, uno era più sacro degli altri: era lì che tutto era accaduto.
Era lì che La Voce l’aveva chiamata: Il Sempreverde aveva un’anima. Un’anima particolare.
Le aveva ricordato tutto ciò che era. Le aveva ricordato la verità, la vera essenza delle cose e del suo spirito, del suo sentiero.
Una leggera brezza soffiava da Nord, inondandola del tutto e avvolgendola nel suo abbraccio: significava qualcosa?
Lucina riusciva a leggere i messaggi del vento: nel suo fruscio, nel suo respiro riusciva a comprendere, a percepire… a captare qualcosa che agli altri sfuggiva.
Aveva un magico intuito, era davvero portata per queste cose. O semplicemente La Voce che da sempre la chiamava aveva ragione: era quello il suo destino, era quello il suo sentiero.
L’abete le aveva detto la verità su se stessa: ella non apparteneva a questo mondo. A quel mondo.
O meglio: la sua famiglia non gli apparteneva.
La Gens Ericia doveva il suo nome e le sue origini ad un’antica e nobile famiglia romana.
Ma la sua fortuna ben presto si disgregò, sicché chi ne rimase decise di abbandonare la città e di andare in cerca di un posto nuovo da abitare: Il Paese delle Mele.
Tutti ne parlavano, nel bene e nel male, ma loro avevano solo bisogno di un posto dove stare.
Non così Lucina… l’abete, di cui nulla sapeva, le aveva svelato la verità: lei era davvero figlia del Paese delle Mele, dell’Isola Sacra e nebbiosa, di cui il paese natale era solo l’appendice.
La verità, le origini, il cordone ombelicale: tutto questo le aveva svelato Il Sempreverde.
Era lì, maestoso e imponente: la vista era così rilassante, rassicurante e tuttavia austera.
Se Il Sempreverde parlava, rispondere era un dovere. E adesso era lì e le parlava: di una voce da seguire, di un nuovo sentiero, della verità.
Segui la voce, segui la verità: il tuo intuito lo sa, è questa la via giusta.
Seguila
«Ma come?» Lucina si voltava intorno spaesata «Non so quale sia la voce, né se tornerà. Non so se ho il coraggio di farlo.»
Ma l’abete continuava a parlarle, attraverso il vento:
Tutto a tempo debito. Devi solo avere fiducia: la voce tornerà. E quando tornerà lo saprai: sarai pronta.
Poi tutto tornò calmo: l’abete tornò disteso, nell’aria una strana e magica quiete.
Il preannuncio di un prodigio.
(Continua…)
©Lucia Boggia
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