Oggi voglio proporvi, con qualche piccola modifica, un articolo pubblicato un paio di anni fa sul mio vecchio blog: era il cinque novembre, data in cui ricorreva un anniversario molto particolare.
In quel giorno infatti, ormai già sei anni fa, avevo appena cominciato a capire che il mio vero sentiero spirituale era un altro: avveniva la mia prima illuminazione, mi aprivo alla vera consapevolezza di me stessa e della mia spiritualità.
L’intento di questo articolo è portarvi con me nel mio viaggio, per raccontarvi come sono diventata pagana, come sono arrivata a questa scelta e perché.
Ero alle prese con la mia ennesima ed ultima (ma non lo sapevo) crisi mistica: non mi sono mai considerata una persona molto religiosa, almeno fino ai diciassette anni, e in ogni caso anche quando ho creduto di esserlo, in realtà non lo sono mai stata veramente.
Ho sempre sentito in me il bisogno di esprimere la mia spiritualità, ma poiché l’unica via che mi veniva posta davanti era il cattolicesimo e poiché non ho mai avuto consapevolezza del mio vero percorso, mi sono sempre nascosta dietro la maschera di questa religione, troppo stretta per la mia taglia e per niente adatta alla mia pelle.
Ma allora io non lo sapevo. O meglio, fingevo di non saperlo.
Più che altro ero affascinata, per dirla con parole wiccan, dall’unico lato dionisiaco (o quasi) di una religione totalmente e categoricamente apollinea: il canto.
Sì, cantavo nel coro della chiesa: l’unico momento in cui, pur rivolgendomi ad una Divinità diversa, riuscivo ad essere me stessa e a riversare fuori tutta la mia spinta spirituale, il calore che avrei voluto provare e che invece terminava, ogni volta, al termine della messa.
Non sono mai riuscita ad essere me stessa in quegli abiti, non sono mai riuscita ad ottenere le risposte che volevo e di cui avevo bisogno per rendermi felice.
Così, tra vari andirivieni, dopo circa quattro anni di “fervente” cattolicesimo per niente convinto, per motivazioni diverse e contrastanti, mi autoproclamai improvvisamente atea.
Anche se in realtà, a questo ateismo ferreo e arrabbiato, cominciava a mescolarsi una leggera patina di animismo e di una spiritualità diversa, più libera…
Ma io non ero ancora pronta per recepire il messaggio. Così, dal 2011 al 2015, mi sono nascosta dietro un’altra maschera, quella del “Non voglio credere, non voglio sapere niente”.
Di contro, anche se non mi ci sono mai applicata più di tanto, esistevano tutti i presupposti perché aprissi gli occhi e vedessi la mia vera essenza.
Non dirò che ho sempre saputo di essere pagana, ma di certo ho sempre saputo nel profondo di non essere cristiana e di volere qualcosa di diverso.
Le nostre passioni e le nostre inclinazioni ci dicono chi siamo, fin da piccoli: la maggior parte delle bambine della mia età si rivedeva in Cenerentola, Belle o Aurora.
Il mio cartone animato preferito era Pocahontas: la pagana che parla agli alberi, che ascolta il vento ed è amica degli animali e che vede il suo popolo conquistato e distrutto da chi pensa di essere più civile e migliore.
E perché non parlare del vecchio Streghe, la serie fantasy della fine degli Anni Novanta?
Ero totalmente fissata e creai addirittura il mio Libro delle Ombre, come quello del Trio.
Ovviamente, a guardarlo adesso, è un’assurda accozzaglia di fantasy e tradizioni diverse che nulla c’entrano l’una con l’altra, ma resterà sempre la mia serie preferita della mia adolescenza, perché comunque mi racconta di un frammento di me che è sempre esistito ed è sempre stato lì, ad aspettare il momento giusto, ad aspettare che fossi pronta ad accettare il mio vero essere.
Mettiamo poi il fantasy in generale, Tolkien e la passione per I Celti, scoppiata forse proprio grazie allo stesso Tolkien: ho comprato libri su libri, per studiare la cultura celtica, ma poi li ho accantonati… finché non è giunto il momento del risveglio.
Ma prima di parlare di questo, arriviamo alla fine del 2015: l’anno del mio ultimo tentativo di riavvicinamento alla fede cattolica.
La mia incostanza non era dovuta all’ateismo, quanto al fatto di non riuscire a trovare la mia vera via, pur avvertendo in me il bisogno di esprimerla: chiunque abbia provato questa sensazione sa che è molto frustrante.
Tornai in chiesa nel mese di dicembre, ma dopo poco più di un anno misi definitivamente la parola fine a quel rapporto, anche se gradualmente: cominciai col non andare più in chiesa, poi presi La Bibbia tra le mani, del tutto decisa a trovare le risposte che cercavo.
Risposte che in realtà già cominciavano a portarmi verso una direzione totalmente diversa, anche grazie ad un percorso interiore e psicologico che mi stava mettendo a dura prova.
Ma avevo deciso che la mia missione era quella di rendermi felice, così mi arresi al confronto con la mia ombra.
E dopo aver già squassato il mio intero vascello, spezzato infiniti rami secchi, tagliato relazioni e situazioni che mi facevano stare male, ecco che giungeva il momento del taglio anche per questa cosa: era arrivato il momento di fare i conti.
Così, senza nemmeno sapere perché, ripresi lo studio dei Celti accantonato tempo prima e qualcosa accadde: una luce si accese. O almeno, cominciava ad accendersi: in una mano La Bibbia e nell’altra I Celti, sempre più mi convincevo che il Cristianesimo non era per me e che mi sarebbe piaciuto essere come quei popoli antichi, immersi nella natura…
Era il cinque novembre del 2017 e la prima scintilla si accendeva.
La seconda si accese tra il 29 e il 30 novembre: con uno spirito ormai diverso cominciai a decorare il mio piccolo alberello di Natale, quando spinta da quella nuova luce e curiosità decisi di documentarmi meglio sulla tradizione dell’abete.
Conoscevo le sue origini nordiche, ma più di tanto non sapevo. Quando poi scoprii che l’abete era uno dei nove alberi sacri ai Druidi e che, essendo un sempreverde, veniva utilizzato nei giorni del Solstizio d’Inverno come speranza di vita e promessa di prosperità per il nuovo anno, allora tutto mi fu chiaro e l’ultima tessera del mosaico trovò il suo posto.
Sono sempre stata ammaliata dall’albero di Natale, fin da piccola: era una magia che percepivo, anche se non riuscivo a capire cosa fosse.
Potevo anche fare a meno del presepe, ma l’albero doveva esserci: nessuno doveva iniziarlo senza di me!
Anche prima, quando credevo di essere atea, mi è sempre piaciuto mettermi lì davanti e osservare, a luci spente, l’albero con tutti i suoi colori. Oppure sedermi sulla poltrona di fronte o per terra e scrivere le mie riflessioni sul diario.
E da quando l’ultimo albero vero che abbiamo avuto è stato piantato nel giardino di casa (ero ancora piccola), si è stabilita una connessione particolare tra me e lui. Ed è stato grazie a lui che ho compreso davvero, che la vera e definitiva scintilla si è accesa in me.
E da allora ho scelto liberamente il mio cammino.
Non sempre è facile, anche perché si tratta di una spiritualità che ancora in tanti non riescono a comprendere, ma alla fine ho capito che non conta essere compresa: l’importante è che io sia felice e che sia sempre fedele a me stessa, permettendo agli altri di fare altrettanto, senza costringerli ad un sentimento che non riconoscono come proprio.
Questa è la più grande libertà: riuscire ad essere se stessi, senza sconfinare nella libertà dell’altro.
Quando ho capito che il solo desiderare di essere accettata così come sono sarebbe significato forzare la volontà di chi mi è accanto, allora ho smesso di alimentare quel desiderio, in accordo al credo della Wicca e di ogni pagano: “Se non fai del male a nessuno, fai quello che vuoi.”
Oggi le cose sono molto cambiate e riesco a parlarne liberamente agli altri e alla mia famiglia, ma quando ho scritto questo articolo due anni fa, la strada per me era ancora impervia.
Poiché ho deciso che, in quanto scrittrice, il mio compito è anche fare informazione e non solo pubblicare racconti e poesie, e poiché da pagana si tratta di una tappa importante per il mio percorso, era doveroso rispolverare questo scritto.
E soprattutto spero che ciò che ho scritto possa essere di aiuto a chi si trova nella situazione in cui mi trovavo io fino a poco fa.
Auguro a tutte/i voi una buona giornata.
©Lucia Boggia
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