Ieri in famiglia ho avuto una conversazione molto interessante: abbiamo parlato della morte e dei propri desideri in merito a questo rito di passaggio. Come si voglia “tornare alla terra”, quale tipo di sepoltura si preferisca e l’importanza di annunciare a chi ci sta accanto la nostra volontà.
Non è un dettaglio da poco: della morte non si parla mai, a meno che non si viva un lutto.
E anche in quel caso, si cerca sempre di astrarsi dall’evento, come se lo si stesse guardando dall’esterno, senza un vero coinvolgimento.
Pensiamo solo al fatto di riferirsi alla morte con strani eufemismi, del tipo che si dice che una persona “è finita”, come se il non pronunciare la parola “morte” rendesse la cosa meno concreta.
Alcune persone potrebbero dire che non è poi così sbagliato, perché la morte (soprattutto da noi in Occidente) è percepita come la fine: dire che una persona “è finita”, significa dire che è giunta al termine del suo viaggio.
Ma in realtà non è esattamente così: non che ci sia nulla di male, nel considerare la morte come fine, ma questo ragionamento è ancora una volta provocato dal nostro modo duale di pensare e dal fatto di concepire ogni cosa come un compartimento stagno, diviso da tutto il resto.
Il pensiero duale oppositivo (sul cui superamento si basa l’intero lavoro di Laura Ghianda*, a cui io stessa mi ispiro) legge tutto con una lente lineare, ai cui estremi situa due elementi che, proprio per il fatto di trovarsi ognuno ad un estremo, vengono considerati opposti: o è una cosa o è l’altra.
In questo sistema non c’è possibilità di dialogo, perché essendo solo due le scelte (messe peraltro in opposizione), la diversità non è considerata un arricchimento, bensì un ostacolo, qualcosa di sbagliato da dover sconfiggere a tutti i costi.

A 🌕…………..🌑 B

Se non è una cosa, deve essere per forza l’altra.
Se non è come me è il mio contrario, quindi è contro di me.
E se è contro di me, allora è sbagliato.
Dunque in questo ragionamento esiste solo una possibilità, solo una scelta.
Se non si sceglie “quella giusta”, allora si è fuori dai giochi.
Non a caso questo sistema viene tuttora mantenuto dal patriarcato, perché è su questo pensiero che si basa la logica dello scontro, della violenza e, a grande scala, della guerra.
Cambiando le lettere agli estremi, possiamo porre una qualsiasi parola:

VITA 🌕…………..🌑 MORTE

LUCE 🌕…………..🌑 BUIO

BENE 🌕…………..🌑 MALE

SOLE 🌕…………..🌑 LUNA

MASCHILE 🌕…………..🌑 FEMMINILE

Come possiamo vedere, in questo sistema di pensiero, ogni cosa è contrapposta all’altra, senza possibilità di dialogo: o è vita o è morte, o è luce o è buio, o è bene o è male, eccetera.
Fino a connotare le stesse parole di qualità morali e universali.
Dunque ad esempio il sole, che oggi viene associato al maschile è: sole, luce, vita, bene.
Di contro, tutto ciò che è associato al femminile è luna, buio, morte, male. Eccetera.
Tuttavia continuare a ragionare in questi termini non potrà che perpetuare lo scontro e l’incomprensione, invece di aiutarci a risolvere il problema.
Da questo punto di vista, la morte è vista come la Grande Matrigna, la nemica da eliminare, proprio perché la linea da un punto iniziale, che è la vita, ci conduce all’estremo opposto e cioè la morte.

VITA 🌕…………..🌑 MORTE

Ma dopo la morte su questa linea non c’è più niente. Ed ecco perché la morte è la fine di tutto, la cosa peggiore del mondo, addirittura in alcuni casi voluta da Dio.
Quante volte si dice: «Ma perché Dio permette tutto questo?»
In realtà non è Dio a permettere guerre, violenze o la morte: in buona percentuale è l’essere umano, il resto è parte della natura.
La morte è un evento naturale, è ciò che ci definisce come esseri viventi, umani e finiti, quanto meno a livello fisico e materiale: per chi ci crede, con la morte si consuma solo il nostro corpo fisico, ma noi continuiamo a vivere nell’anima.
Sembra antitetico dire che la morte ci definisce come esseri viventi, ma è esattamente così: in ogni cosa esiste il seme del suo opposto.
Noi possiamo dire di essere vivi/e, proprio in virtù del fatto che sappiamo che un giorno moriremo: la morte è parte della vita.
È trasformazione, è cambiamento, è l’alchimia che si compie in noi e che, proprio come metalli, ci scioglie e ci trasforma, mutandoci in qualcosa di diverso.
Cercando di trasformare le nostre lenti duali, vediamo cosa succede, se chiudiamo quella linea e ricomponiamo il cerchio che il patriarcato ha distrutto.
La prima cosa che balza all’occhio è che qui il cerchio tutto giallo (vita) e il cerchio tutto nero (morte) sono sì speculari e in qualche modo opposti, ma non hanno più motivo di farsi la guerra e di considerarsi in antitesi.

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Non si ha più bisogno di pensare il primo come la luce, l’inizio, il sommo bene e l’altro come il buio, la fine e il male assoluto: nel cerchio ogni fase (di qualunque ciclo di tratti) sfuma l’una nell’altra, senza che ci sia una netta, assoluta e perpetua dominanza di una in particolare.
La luce assoluta non esiste, se non per una minuscola frazione, perché poi già la sua intensità cambia. E così per il buio.
Ma la cosa interessante, è che quando giungiamo al culmine del buio o comunque dell’altro polo solitamente considerato negativo, in questo caso la morte, vediamo che anche questo è solo temporaneo: lo spazio che intercorre tra la fase precedente il suo culmine e quella seguente, è da considerarsi una soglia.
E qui giungiamo al nostro amato Cancello tra I Mondi, la soglia dalla quale usciamo venendo al mondo e nella quale rientriamo, quando la nostra esistenza fisica volge al termine.
Ma non finisce qui, perché una volta rientrate/i, noi sostiamo in quella soglia: lì avviene la trasformazione alchemica, prima di poter rinascere in una nuova forma, in una nuova vita dall’altra parte, a seconda del nostro sentiero e di ciò in cui crediamo.
Il modello ciclico pone il tema della morte sotto un’ottica differente.
Beninteso: ciò non significa che sia un evento piacevole e che non comporti dolore o paura.
Credo che tutte/i viviamo, in qualche modo, questa paura: il non sapere cosa ci aspetti dopo o la semplice e più umana paura di lasciare il nostro corpo fisico, proprio perché da un lato vogliamo credere che ci sia una vita oltre la vita terrena, ma dall’altro non sappiamo come approcciarci a questa visione, perché continuiamo a respingere questo lato di noi.
Perché la morte è parte di noi, è parte integrante della nostra vita e continuare ad ignorarlo genererà in noi soltanto altra paura.
Nel cerchio vediamo che non esiste solo il punto iniziale che dà principio alla vita e poi tutto finisce con la morte, ma riusciamo a com-prendere in noi qualcosa di più: sappiamo che dopo quella “piccola morte”, il ciclo continua.
Pensando al solo fatto fisico: cosa succede al nostro corpo?
Non è che smettiamo di respirare e finisce lì, ma la natura agisce in noi, operando la sua trasformazione: il corpo si decompone, si trasforma, diventando qualcosa di diverso, diventando concime e nutrimento per la terra stessa che ci ha nutriti in vita.
O comunque così dovrebbe essere: purtroppo in Italia esistono tantissime restrizioni in merito alla sepoltura.
Ma in linea di principio, il fatto che la nostra decomposizione agisca in virtù di una trasformazione e di una sorta di fertilizzazione in vista di una nuova vita, dovrebbe aiutarci a fare il salto mentale che ci occorre, per iniziare a comprendere meglio il nostro rapporto con la morte.
Come ho detto questo non ci rende immuni da paure, dolori e angosce, ma potrà aiutarci a relazionarci in maniera sana con la morte e con una consapevolezza molto più profonda.
Prima di tutto: occorre parlarne, occorre nominarla.
Perché non nominarla non la renderà meno reale e soprattutto non ci aiuterà a farne un’esperienza sana e quanto più serena possibile: uno dei motivi per cui si ha paura della morte è proprio quello di pensare di non avere nulla all’infuori di ciò che si è accumulato sulla terra.
Parlarne e soprattutto parlarne in maniera ciclica e non lineare, potrebbe facilitarci il viaggio.
Non è un caso, se prima ho utilizzato l’espressione “piccola morte”: in alcune lingue è così che viene chiamato l’orgasmo.
E questo non deve stupirci più di tanto: sesso e morte sono i due tabù più grandi della nostra società e non a caso, poiché sono strettamente intrecciati.
L’orgasmo è l’unico momento, insieme alla morte, in cui il cervello smette di pensare e sperimenta la fusione con il tutto, con il divino, con tutto ciò che di sacro è intorno a noi.
È il momento in cui la nostra mente ci apre a stati alterati di coscienza, come avviene con la trance o la meditazione: stati in cui la nostra anima sperimenta la comunione con la Divinità, in qualunque modo vogliamo concepirla.
Basterebbe questo a farci ribaltare completamente la prospettiva.
Perciò rompiamo il tabù: parliamo della morte, nominiamola, pensiamo a come vogliamo che sia celebrato questo nostro rito di passaggio.
Come se fosse una nuova nascita, un matrimonio, una celebrazione per noi importante: pensiamo al rito che vogliamo sia svolto, pensiamo al modo in cui vogliamo tornare alla terra. Cremazione, inumazione, tumulazione.
Disponiamo ogni dettaglio, e se desideriamo una cerimonia diversa da quella tradizionale, informiamoci: esistono altre realtà, altri modi di celebrare la sacralità di questo rito.
Facciamolo sapere a chi ci sta intorno e alla nostra famiglia e assicuriamoci di avere la firma di un legale, perché ciò che vogliamo (ovviamente in linea con la legge) sia più o meno realizzato.
So che questo articolo si è rivelato piuttosto lungo, ma spero che siate riuscite/i ad arrivare fino alla fine e di avervi donato nuovi spunti di riflessione.
Qui in fondo il link di una live sull’argomento (a cui mi sono in minima parte ispirata) che credo potrebbe esservi utile, sia per un approccio diverso al tema, che per ricavarne informazioni su come vorreste il vostro rito di passaggio.

*https://www.lauraghianda.com/

https://www.lauraghianda.com/pages/libro-introduzione-alla-teasofia-la-dea-oltre-i-dualismi

©Boggia Lucia