Gli ultimi giorni nel calderone, prima di discendere nel buio totale della notte più lunga dell’anno: ancora sospesi tra le due realtà, ancora con i piedi in due dimensioni diverse, è per noi tempo di sostare nelle nebbie del nostro essere.
È tempo di guardare ancora un poco in quel calderone che così tanto ci fa paura e che evitiamo di vedere.
Quest’anno ho imparato una lezione importante, che è proprio quella del sostare in questa dimensione fumosa e nebbiosa degli spiriti: non si può forzare il corso della natura, e sebbene seguendo la ruota in queste sette anni abbia imparato tante cose, una ancora mancava all’appello.
È importante sì dare ascolto alle proprie sensazioni, ma è altresì importante farlo cercando di armonizzarsi sempre meglio e sempre di più ai cicli naturali: la terra ancora ci parla di foglie che devono cadere, la nebbia ancora ci trasporta nel suo fumo spettrale, per aiutarci ad attraversare le nostre nebbie. E accelerare il processo di stasi, osservazione e rinascita, fiondandosi a decorare la casa per la nuova luce che verrà non è la via giusta: ho ceduto alla tentazione, tirando fuori giusto due addobbi (due in senso letterale), ma poi ho capito che fermarmi nel calderone era l’unica via possibile.
Del resto, uno degli obiettivi già chiari per il nuovo ciclo era quello di armonizzarmi ancora meglio con la Ruota dell’Anno. E la ruota mi sta dicendo che non è ancora tempo di tornare alla luce e che invece, nonostante ormai la vista di quel calderone mi sia diventata insopportabile, è giusto restare esattamente dove sono: nelle mie nebbie, perché poi esse stesse mi porteranno dove devo andare.
Attraversare le nebbie non è mai facile: il fatto di non riuscire a vedere dove stiamo andando, il doverci scontrare con ciò che non abbiamo il coraggio di affrontare, con ciò che non ci piace fa effettivamente paura e può anche portare dolore. Ma è l’unico modo per giungere alla luce: il tunnel è lungo e buio, ma sappiamo che alla sua uscita troveremo di nuovo la luce.
Così, invece di correre subito a prendere luci, ghirlande e alberi sempreverdi per accelerare la nostra uscita dal tunnel, con le mani afferriamo quel po’ di coraggio che ancora ci è rimasto e restiamo nel calderone: un ultimo sforzo, un ultimo sguardo alle nostre ferite, alle nostre debolezze e vulnerabilità e a ciò che deve essere lasciato andare.
Poi, liberati dalle nostre zavorre, interriamo gli ultimi semi: lasciamo che i semi vengano inghiottiti nella terra, nella loro apparente morte. Lasciamo che la terra li custodisca nel suo grembo oscuro, finché verrà il giorno in cui potranno rinascere.
Solo allora volgeremo altrove lo sguardo: lì, verso il nuovo sole che nasce.

©Lucia Boggia

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