Il Solstizio di Inverno (noto anche come Yule, in varie correnti pagane, o come Alban Arthuan, nella tradizione druidica) è la seconda celebrazione della Ruota dell’Anno e cade solitamente tra il 21 e il 23 di dicembre.
Essendo infatti un evento astronomico la data cambia ogni anno, quindi è sempre bene controllare di volta in volta il giorno preciso in cui esso cade.
Come scritto in precedenza, La Ruota dell’Anno per come la conosciamo noi oggi è “un’invenzione moderna”, data dalla contaminazione di più correnti religiose e spirituali.
Tuttavia ciò non è da considerarsi una cosa negativa, poiché vivere il ciclo stagionale in ogni sua tappa ha lo scopo di farci riscoprire la nostra connessione con la terra e con la natura.
Quattro delle feste celebrate nella Ruota dell’Anno sono di derivazione celtica: Samhain, che oggi cade convenzionalmente il 31 di ottobre, ma che I Celti celebravano intorno alla metà di novembre;
Imbolc (1-2 febbraio), Beltane (1 maggio) e Lughnassadh (1 agosto).
Queste feste marcavano l’inizio o la fine delle attività agricole e pastorali e sappiamo con certezza, grazie al Calendario di Coligny, che venivano effettivamente celebrate dai Celti.
Le altre quattro feste sono i solstizi e gli equinozi. E sebbene abbiamo notizie sul fatto che I Celti in qualche modo calcolassero tali eventi, non abbiamo tuttavia la certezza che li celebrassero, come invece facevano altri popoli.
Dunque perché festeggiarli e inserirli nella Ruota dell’Anno, mescolandoli a feste appartenenti ad un’altra cultura?
Perché siamo tutti figli della natura, e sebbene in maniera diversa, proprio per tale motivo ogni popolo anticamente celebrava le tappe stagionali, sia per avere di che vivere (come abbiamo detto si trattava in parte di feste che avevano a che fare con i raccolti), sia per rendere grazie alla terra per i doni ricevuti.
Ma allora da dove viene Yule? Da dove arriva la sua storia e chi lo celebrava?
In realtà tantissimi popoli, ma la tradizione a cui fa capo il neopaganesimo è più che altro quella norrena: lo stesso nome Yule si dice derivi da lì e significa “Ruota”.
Dunque appunto la ruota solare, che poi si esplica nella spirale del ciclo stagionale.
Il Solstizio di Inverno è il giorno più corto e più buio dell’anno: la stagione fredda aperta da Samhain è ormai nella sua pienezza e le ore di oscurità hanno la meglio sulle ore di luce.
Tuttavia, proprio per questo motivo, il buio giunto al suo culmine lascia lentamente spazio alla luce, portando con sé la speranza della nuova vita e della rinascita.
La parola “solstizio” deriva infatti dal latino “Sol stat”: vale a dire che il sole si ferma. Giunge al culmine del buio e resta lì sospeso per tre giorni, dopodiché la luce lentamente inizia a tornare.
Ecco che allora i nostri antenati celebravano questo momento, sia per onorare la luce appena nata e il sole che ricominciava il suo giro nel cielo, sia per propiziare la rinascita annunciata e un buon raccolto futuro.
Era usanza portare in casa alberi sempreverdi, proprio in segno di propiziazione, abbondanza e prosperità: li si decorava con cibi di stagione e frutta secca, per marcare ancora di più tale augurio di abbondanza.
Nella tradizione germanica si usava anche mettere sull’albero delle candele accese, per celebrare il ritorno della luce.
Altra tradizione era quella del Ceppo di Yule: si prendeva o si riceveva in regalo un pezzo di legno e fino al giorno del solstizio lo si decorava, usando piante e cibo e poi lo si bruciava, ancora una volta in segno di propiziazione.
Eventuali residui rimasti venivano poi conservati e riutilizzati l’anno successivo per accendere il primo fuoco.
Parleremo più approfonditamente di tali simboli e tradizioni, ma adesso ciò su cui vorrei soffermarmi è proprio il perché di tali festeggiamenti: perché celebrare in un momento così buio e freddo?
L’oscurità regna sovrana, evidenziando ancora una volta l’oscurità che vive dentro di noi e che, grazie agli insegnamenti di Samhain, adesso siamo in grado di mettere a fuoco: chi siamo? Cosa vogliamo? Dove stiamo andando e cosa vogliamo attirare nella nostra vita, in questo momento così particolare?
Per i nostri antenati era soprattutto un fatto di sopravvivenza: la terra era avvolta dal gelo, si ritirava in se stessa e metteva a dura prova la vita dei suoi abitanti.
Celebrare e onorare la terra era un modo per attirarsi la sua benevolenza e il suo favore: dal clima sarebbero dipesi i raccolti e dai raccolti sarebbe dipesa la loro esistenza.
Celebrare l’oscurità era celebrare la speranza di una nuova luce. Luce che difatti dopo il solstizio tornava a splendere, portando fiducia nella nuova vita.
Oggi non dipendiamo più dai raccolti, ma celebrare questo momento di buio e luce allo stesso tempo, ci ricorda il nostro legame con gli antenati e con la terra stessa.
Ci aiuta a comprendere le avversità a volte ineluttabili della vita e ad accettarle, facendo del nostro meglio e ringraziando per ciò che di buono ci viene offerto.
Ci dona la possibilità di raccoglierci, di restare in silenzio e, in quel silenzio, di apprezzare le cose belle della vita.
Ci dona la possibilità di meditare su ciò che vogliamo cambiare, su ciò che vogliamo manifestare nella nostra esistenza e sulla luce che vogliamo ri-accendere.
E dunque… nel buio che ancora incalza, nel freddo che si prepara ad avvolgerci, cosa vogliamo portare alla luce?
Quali doni vogliamo ricevere dalla vita e come vogliamo impegnarci per raggiungerli?
Come vogliamo far brillare la nostra luce?
È ora di cominciare a pensarci.

©Lucia Boggia