Nei culti antichi l’atto sessuale non era fine a se stesso, ma rappresentava l’unione fisica e spirituale di due individui che incarnavano in terra le stesse energie della Divinità.
Era un atto magico, in grado di riversare il proprio potere da un piano di realtà ad un altro: per i popoli della Dea non c’era scissione tra corpo e spirito, tra terra e cielo, tra dentro e fuori, tra sopra e sotto. Il microcosmo rifletteva in sé il macrocosmo e viceversa.
La Dea non è scissione, non è distacco, non è divisione: la materia è importante quanto lo spirito.
Se noi siamo qui è solo grazie al nostro involucro corporeo che ci ha permesso di incarnarci: il nostro corpo è il nostro tempio e in quanto tale dobbiamo trattarlo.
Non è qualcosa di gretto, basso e vergognoso: se la terra è sacra e noi veniamo dalla terra, allora anche il nostro corpo è sacro. Poiché è manifestazione diretta della sacralità e della divinità della natura: noi siamo parte di quella divinità, siamo parte della Dea.
Siamo tenuti dunque a prenderci cura del nostro corpo, così come della nostra interiorità: se noi siamo la base da cui partire, se l’amore ha origine dall’amore per noi stessi e dalla cura delle nostre ferite, allora dobbiamo amare, onorare e curare anche il nostro tempio fisico.
Poiché questo articolo ha molto in comune con quello precedente sulla guarigione, vi lascio il link in fondo, così potrete recuperarlo, nel caso non lo aveste letto.
Tornando a noi: la base del nostro rapporto con gli altri è il rapporto con noi stessi.
Ma noi siamo prima di tutto corpo, carne, sangue, ossa: è con il nostro corpo la prima relazione che abbiamo, e da questa e da come ci sentiamo nel nostro corpo dipenderà la relazione con la nostra interiorità e con il mondo che ci circonda.
Non possiamo prescindere da questo e non possiamo trascendere la nostra realtà di esseri fisici, animali e senzienti: il primo contatto col mondo lo abbiamo attraverso il nostro corpo.
Attraverso il pianto riceviamo la prima ondata di ossigeno, attraverso la suzione ci alimentiamo, attraverso sensazioni gradevoli o spiacevoli iniziamo a comprendere cosa ci piace e cosa no, cosa ci fa male e cosa ci fa bene.
Il problema è che, man mano che cresciamo, con l’educazione e con le influenze dell’ambiente circostante, dimentichiamo del tutto di essere ciò che siamo: degli animali, che comunicano col corpo a parte che con la mente, con le parole e con lo spirito.
Il corpo e la nostra materialità passano in secondo piano, salvo quando veniamo imprigionati dalle gabbie patriarcali di cui abbiamo parlato: staccati dal nostro corpo, cerchiamo di ritornarvi, ma in un modo talmente traviato che poi ci perdiamo e finiamo con l’odiarci ancora di più.
In questo modo le ferite psicologiche, emotive e spirituali si intrecciano e si riversano sul nostro tempio sacro, che o viene denigrato o viene martoriato, privato di ogni piacere e di ogni sollievo.
Potrebbe sembrare che quello che sto dicendo nulla c’entri con la sessualità sacra, ma invece è proprio questo il punto: se non abbiamo una sana relazione con il nostro corpo, con la nostra materialità e con la nostra fisicità, non potremo mai vivere una sessualità autentica, sana e sacra.
Saremo pieni di ferite ancora aperte e pieni di cicatrici: chi odia il proprio corpo, tanto da volerlo nascondere anche a se stesso; chi ha difficoltà ad aprirsi, per il timore di non essere amato e di non essere perfetto; chi non riesce a lasciarsi andare, perché magari pensa di non meritare di provare felicità e piacere.
E questo non soltanto a livello sessuale, ma nella vita in generale: ecco perché le nostre energie sessuali vanno al di là.
Viviamo in una società che esorta (quando non lo impone) al sacrificio, al fare “Prima il dovere e poi il piacere”, al mortificare il piacere stesso e al sentirsi in colpa se per caso ci prendiamo una pausa e ci rilassiamo, invece di fare tutte le altre cose che la società ci dice che dovremmo fare.
Sempre di corsa, mai un attimo di sollievo, perché dobbiamo essere produttivi sempre e in qualunque momento. Come quando noi donne abbiamo le mestruazioni e dobbiamo fingere di sentirci come in tutto il resto del mese: le mestruazioni servono per un motivo. Staccare la spina, isolarci momentaneamente dal mondo e dedicarci a noi stesse.
Oppure, vittime degli standard fisici impossibili, ci neghiamo quel gelato che tanto vorremmo o fingiamo di essere felici, stando sempre a dieta.
O ancora, assorbiti nei ritmi frenetici della vita, restiamo totalmente in balia dell’ingranaggio, e magari evitiamo di prenderci quell’attimo, perché dobbiamo fare questo o quello.
Infine, ciò che ci impedisce di vivere davvero il piacere, è il nostro restare prigionieri delle ferite passate e dell’angoscia per il futuro: non riusciamo mai a restare nel momento presente, perché o ci dilaniamo per qualcosa che non esiste più o siamo turbati per ciò che ancora non esiste.
Questo anche perché appunto non siamo abituati a fermarci e a goderci il momento, a prenderci il piacere che ci spetta e che meritiamo. E allora, invece di vivere e di apprezzare ciò che abbiamo, pensiamo a “come sarebbe stato se…” o al “come sarà o come potrebbe essere…”
Credo che imparare a prenderci quel momento sia il primo passo, per iniziare a vivere il piacere.
Il piacere in senso lato, il piacere e la gioia della vita: la dolcezza di un fiore che sboccia, il suo profumo sensuale, il calore del sole, il piacere della nostra lingua che assapora il cibo, il ristoro di un divano, l’evasione che ci procura la lettura di un libro.
Il primo passo è prenderci quel momento di stasi, di riposo e di piacere e cercare di assaporare quel piacere con tutti i sensi: siamo esseri fisici e senzienti e il nostro corpo è lo strumento principale di relazione col mondo. Usiamolo.
Nella maniera più giusta per noi, nel modo che più ci fa stare bene e che più ci dona piacere: il piacere non è un mostro da distruggere, ma il mezzo con cui camminare il sentiero della felicità.
E la sessualità sacra può davvero diventare uno strumento per raggiungerla: è una relazione che parte dal nostro corpo, per poi estendersi a tutto il resto.
Diventa in questo modo una danza erotica, sensuale e sessuale con la vita intera: cerchiamo di fare davvero caso a come ci sentiamo, quando svolgiamo le nostre attività e quando ci troviamo in contesti differenti.
Cerchiamo di tornare al nostro stato animale e selvaggio (che non vuol dire nulla di negativo, ma solo il riappropriarci del nostro essere fisici, figli della natura): re-impariamo a pensare con il corpo, a dare importanza a qualunque sensazione con cui veniamo a contatto.
Riscopriamo il piacere di respirare aria pulita e di comprendere il nostro olfatto, attardiamoci a scoprire quale punto della nostra lingua viene avvolto dal cibo, senza mangiare solo per riempire lo stomaco;
Re-impariamo la percezione attraverso il tatto, godiamo dei colori e della vista che abbiamo davanti, ascoltiamo i suoni della natura e cerchiamo di capire come ci sentiamo al riguardo.
Impariamo a stare nel momento, a vivere l’attimo presente e tutto ciò che ci porta, tutte le sensazioni che proviamo: impariamo a restare nel piacere.
Restare nel piacere, donarci quell’attimo, è la chiave per comprendere la sessualità sacra e capire che non è solo l’atto sessuale, ma una relazione orgasmica con la vita e con l’universo.
Imparando a donarci piacere, riceviamo piacere e doniamo piacere a chi ci sta intorno: che sia la vista di un tramonto, un pomeriggio davanti al camino, una passeggiata nella natura, un libro o fare l’amore.
È da qui che dobbiamo partire, se vogliamo scoprire la felicità.

©Lucia Boggia

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Devo molte di queste intuizioni a Maya Vassallo di Florio, sex coach, sacerdotessa di Afrodite e fondatrice del Tempio della Grande a Roma.

Insegnamenti di Beltane: amore e guarigione.