Salve a tutte e a tutti ed eccoci qui per un nuovo appuntamento pagano: oggi parliamo del ciclo stagionale.
Questo articolo sarà propedeutico alla trattazione vera e propria delle feste stagionali, ovvero di quella che nel neopaganesimo viene chiamata La Ruota dell’Anno. Ma prima di scendere nello specifico, mi sembra opportuno esporre in generale il principio che è alla base di queste celebrazioni, così da capire anche perché sono tanto importanti.
E dunque, procediamo!
Essendo la natura al centro della spiritualità neopagana, una parte molto importante del vivere questo sentiero è destinata ai cicli stagionali.
È fondamentale seguire l’andamento delle stagioni, celebrare, notare e ammirare i cicli e i ritmi della terra, se si vuole davvero entrare in armonia con se stessi e con La Dea, La Fonte da cui tutto nasce e a cui tutto deve ritornare.
L’alternarsi delle stagioni durante l’anno vive e manifesta costantemente il ciclo di nascita, morte e rinascita a cui è soggetta non solo la terra, ma tutto ciò che ad essa è legato, compresi noi che ne facciamo parte.
I popoli antichi, vivendo a stretto contatto con la natura e dipendendo maggiormente da essa rispetto a noi, onoravano e celebravano le stagioni e il loro alternarsi, come prova evidente del fatto che questo infinito ciclo di morte e rinascita davvero esisteva: celebrare e onorare la natura, la terra e i suoi doni ad ogni cambio stagionale, significava rendere grazie.
Significava essere grati per quei doni, significava pregare affinché il raccolto fosse buono e prospero, ma significava anche ringraziare e propiziare La Divinità durante il freddo pungente e i periodi di carestia.
Significava ritrovare il calore e il sorriso nella rinascita della primavera, seminare e raccogliere i frutti del proprio lavoro quando l’estate volgeva al termine.
Oggi non curiamo più i nostri campi, non seminiamo e non raccogliamo più dalla terra ciò che invece troviamo già pronto nei supermercati, ma ciò non significa che non possiamo mettere in pratica la lezione che ogni stagione ci offre, vivendo questo ciclo come più ampia metafora della nostra esistenza.
Esattamente come la natura, noi e tutti gli esseri viventi, nasciamo e moriamo continuamente, in un ciclo perpetuo e senza fine.
A partire dal periodo che va tra la fine dell’Autunno e l’inizio dell’Inverno, la terra comincia ad invecchiare, a spogliarsi di tutta la sua vegetazione: i suoi capelli imbiancano e piano piano si fanno più radi, fino a cadere del tutto.
Gli alberi che con il loro ossigeno perpetuano la nostra vita, si spogliano dei loro frutti e dei loro fiori. Le loro foglie cadono, svolazzando nel cielo bruno e nuvoloso, che come la natura e i suoi animali, si prepara al lungo letargo invernale.
Con il Solstizio d’Inverno la neve ghiaccia il terreno, chiudendo nella sua gelida morsa l’erba e i fiori, mentre gli alberi si chiudono in se stessi… aspettando il momento della resurrezione.
Questa morte della terra è solo apparente: essa sa che una nuova primavera dovrà giungere e ne approfitta per riposarsi, per poi poter ancora una volta offrirci i suoi doni.
Essa sa che l’inverno non è che una tappa all’interno della vita, della primavera stessa: senza il buio non esisterebbe alcuna luce, senza il gelo non potremmo riscaldarci ai raggi del sole, senza la morte non potremmo assaporare la vita.
Il ciclo della natura vuole dirci che la morte è il fondamento della vita: si nasce morendo. L’uscita dal liquido amniotico e dal ventre materno è di per se stessa una morte: un passaggio che ci trasporta da una dimensione all’altra.
E il taglio del cordone che cosa rappresenta, se non il taglio di quel filo che Le Parche tanto gelosamente custodiscono?
Non solo: l’inverno vuole aiutarci, con la sua oscurità, ad accettare i momenti bui della vita, i distacchi e le perdite a cui siamo soggetti nel corso della nostra crescita.
La Primavera segna il momento della Rinascita, del Risveglio e della Resurrezione: la natura ascolta il suo canto risuonare tutt’intorno, il verde torna a crescere, sbocciano i primi fiori e gli animali si destano dopo il letargo invernale.
È ciò che accade anche a noi. Solo che ormai ci siamo talmente abituati a chiuderci alla natura, che abbiamo del tutto dimenticato di farne parte e non ci rendiamo conto del meraviglioso fiorire della natura. E che questo meraviglioso fiorire è lì tutto per noi, in attesa di mostrarci la via per giungere al Mistero Divino.
La Primavera è il momento della purificazione da tutto ciò che è stato, è un momento di risveglio e di rinnovamento. Essa rappresenta il risveglio della nostra consapevolezza ed è il momento giusto per mettere a punto nuovi progetti e nuove idee.
Perché in primavera siamo come Madre Terra che ci dona il suo gravido ventre. Un ventre che si schiuderà e ci offrirà i frutti della nuova vita, nel pieno dell’Estate.
L’Estate è il momento in cui esplodiamo di vita e di gioia, esattamente come la natura: siamo come fragole rosse e succose, ricche di piacere e dolcezza.
Esplodiamo nei nostri colori, mentre i semi piantati a primavera finalmente crescono e ci dicono chi siamo e dove stiamo andando.
Possiamo permetterci di fermarci all’ombra degli alberi o di godere della carezza delle acque sulla riva: è il nostro momento di meritato riposo, perché i progetti sbocciati in primavera ci conducono ai traguardi sperati.
Ma dopo questo riposo, è il momento di prepararci al vento autunnale: quel respiro tra tiepido e freddo, che annuncia alla terra che la Morte sta nuovamente per arrivare.
L’Autunno è La Pre-Morte: è il corridoio che occorre attraversare, se vogliamo definitivamente spogliarci di tutto ciò che non ci appartiene più e andare avanti nel nostro percorso di trasformazione.
Le foglie si tingono di giallo, rosso e marrone e cominciano la loro danza nel cielo, finché non spogliano del tutto i loro alberi, rivestendo il suolo del loro manto crepitante.
La natura si prepara a morire e noi prendiamo ciò che abbiamo raccolto durante l’anno, per trasformarlo nel seme del nuovo raccolto.
E tutto ricomincia da capo, in una spirale e in un ciclo senza fine.

©Lucia Boggia