Vendersi, vendersi, vendersi… sì, pensandoci oggi credo che lo farei.
Certo, non hai un’integrità, non stai a posto con te stesso/a, perché (checché se ne dica), ti trascinerai sempre qualche pezzo per la strada.
Ti mancherà sempre qualcosa. È tutto vero.
D’altra parte, però… a volte quando ti vendi alcune porte ti si aprono più facilmente. Come Samantha che arriccia il naso, o una formuletta recitata o una bacchetta agitata in aria.
In certi casi, se ti vendi parecchio e hai anche fortuna, davvero ottieni tutto ciò che vuoi.
Materialmente parlando, s’intende.
Che poi i pezzi mancanti andranno alla deriva è un altro discorso.
Non è forse per questo che ho iniziato a scrivere questa storia?
Esibire un prodotto vendibile, un prodotto che vada a ruba, un prodotto che la gente vuole.
Che poi sia oltremodo scadente o non porti nulla di nuovo, ha poca importanza.
Come te la compri la villa a quattro piani nel luogo più paradisiaco del mondo?
Certo, non è la villa che voglio: mi basta un luogo sicuro, bello… lontano da occhi e orecchie indiscrete.
Ma qui nemmeno il locus amoenus puoi avere, se non hai il necessario. O se non ti vendi.
E parlando di vendersi… che fine ha fatto Filinbard?

Il tintinnio risuonava sul tavolo di marmo pregiato, la pietra più fine e più finemente lavorata dai Servi dell’Oscuro: a quello, forse, servivano tutti quegli schiavi laggiù?
L’Oscuro aveva scoperto questo rarissimo e preziosissimo bacino di un metallo ancora sconosciuto e… avrebbe fatto di tutto per metterci le mani sopra.
Se poi fosse proprio Haerlyn, Il Re degli Evanescenti, o il Re fosse manovrato da un altro Spirito, questo ancora non ci è dato sapere.
Al momento fingiamo semplicemente che Haerlyn e L’Oscuro fossero la stessa persona: allora forse era lui ad essersi venduto… ma perché?
Le monete preziose continuavano a scendere e a cadere sul tavolo, come un torrente impazzito: Filinbard le contava… una, due, dieci, cinquanta, cento… mille… mille!
«Mille monete d’ambra, come pattuito.»
Il malefico ghigno di Haerlyn fu una sferzata di vento pungente, un ago ficcato nella gola, un’ascia pronta a tagliargli la testa.
Deglutì a fatica, ma infine disse:
«E… Ferwyn?»
E il ghigno divenne una risata fragorosa:
«Andiamo, Fil, non mi dirai che ti importa a tal punto! È un Elfo Femmina, una semplice pedina nella nostra scacchiera… Non hai più tempo per pentirti e tornare indietro: hai fatto la tua scelta.»
Sbuffò l’altro, dicendo:
«È che… ho una coscienza…»
«È il guaio di voi buoni, temo: sempre lì a rammaricarvi, a rimuginare, a marcire tra i rimorsi…
Ma se il passo l’hai fatto, se il primo passo verso il vendere te stesso l’hai già fatto… puoi ancora considerarti buono? Andiamo, Fil: sii coerente. Ora prendi i soldi, volta le spalle e sparisci. O cambierò ancora idea e ti ucciderò, come avrei già dovuto fare.»
Fece per salutarlo, quando con un lampo ferino disse:
«Anzi no, per stare più sicuro, ti farò alloggiare in una delle camere della servitù: da oggi sarai i miei occhi e le mie orecchie, sarai il mio più fidato consigliere. Sarai sempre accompagnato da una scorta, sicché saprò sempre dove sarai e se farai un passo falso. Mi informerai di tutte le mosse della Resistenza, se ancora esiste da qualche parte, e sarai presente in prima linea all’ultima battaglia: tu stesso guarderai negli occhi il popolo che hai tradito e lo guarderai morire.»
Socchiuse gli occhi, divenendo ancora più inquietante, poi chiamò le sue guardie:
«Portatelo via, predisponete il tutto così come l’ho appena esposto e non perdetelo mai di vista.»
Filinbard si vide accerchiato e spacciato, e sul momento non poté fare altro che accettare la sconfitta: gli occhi spenti su quel bottino che nulla gli era fruttato, se non morte e prigionia.

©Lucia Boggia

(Continua…)