Gli occhi sgranati per la paura, il terrore di non farcela: i piedi non potevano reggere il confronto, non erano così leggeri!
Cosa? Già avrebbero scoperto dopo di non essere ciò che dovevano, secondo la Vulgata: adesso non erano nemmeno leggeri?
Quel mostro, perché solo tale poteva essere la sua definizione, quel mostro non perdonava: aleggiava, volava nell’aria… come una farfalla leggera, senza peso…
Il monito per tutte quelle sagome che dovevano essere senza forma, senza peso: farfalle.
Leggere, inesistenti, vaporose e delicate… come farfalle!
Il mostro galleggiava, e mentre galleggiava scendeva sempre più di quota: scendeva scendeva pesante, finché anch’esso vinto dalla forza di gravità, non si ritrovava per terra, in attesa di divorare la sua prima vittima.
Una sorta di mietitura, tipo quelle viste e riviste in tante saghe distopiche… ma La Ghiandaia Imitatrice non c’era, stavolta, a salvare la situazione: del resto… neanche nella saga alla fine aveva poi così successo.*
La vista dei più è sempre quella prediletta: meglio conformare tutti ad un solo sguardo, che rettificare quell’unico sguardo e farlo aderire alle esigenze di ognuno. Non trovate?
Beh… quella massa non poi così informe come l’unico sguardo voleva, era lì, in attesa del proprio turno, sperando che questo non arrivasse mai.
E lì la solita tiritera: così non va bene, devi dimagrire, vieni tu fammi vedere, uno o due chili in meno…
E c’era chi veniva rimandata dopo l’esame, per quel chilo in più…
E così, anno dopo anno, la solita tiritera si ripeteva: contiamo giusto un chilo in più per il ciclo, il peso deve essere almeno di dieci in meno all’altezza, il seno è troppo grande, poi al saggio magari lo fasciamo, è brutto che quando correte si muove tutto, devi ancora scendere…
Ma che bello, se ci si pensa!
Povere, povere farfalle! Schiacciate dal peso di un mostro che misura, invece di essere lasciate libere in cerca del proprio volo, in cerca del proprio cielo!
Quelle farfalle… mai più saranno in grado di volare o di imparare a volare: sono state addestrate per restare incatenate.
L’unico volo che mai conosceranno sarà quello così fittizio, così violento, così innaturale, di elevarsi su dei blocchi di gesso che le storpieranno a vita, lasciando per sempre in loro il ricordo di quelle pellicine rotte, di quel sangue, frutto della tortura.
La tortura del dover essere belle.
E per belle quell’unico sguardo intendeva: scheletriche, senza forme, senza seno, con i piedi distrutti, in catene e con l’eterna e mai sanata ferita della bruttura e bruttezza del proprio corpo.
©Lucia Boggia
*Riferimento alla nota saga Hunger Games
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