Ventisei anni… possibile fosse passato tanto?
Una partita, una sola partita e adesso?
Ventisei anni erano tanti, ma forse no, a pensarci: una piccola pausa, una temporanea e apparente battuta d’arresto… giacché in sordina, il tutto era comunque andato avanti.
Non è che non lo avessero aspettato: avevano solo aspettato il momento giusto.
Il momento giusto per palesarsi ai suoi occhi con consapevolezza diversa, con coscienza nuova: come sarebbe andata adesso? Cosa avrebbe fatto?
Non poteva certo lasciare che Judy e Peter continuassero da soli la partita, e comunque il gioco non lo avrebbe permesso: erano bloccati lì anche loro, perché la precedente partita non era stata portata a termine.
Sarah non aveva tirato i dadi, quando lui era stato risucchiato, ma non poteva fargliene una colpa: era spaventata e avrebbe giurato che anche lui si sarebbe rivolto ai migliori terapisti, se avesse visto scomparire un bambino in un gioco, per poi essere braccato da un miliardo di pipistrelli africani.
Ma la partita era ancora in corso: quella che stavano giocando Judy e Peter ne era il seguito.
Tanto valeva riprendere quell’elefante e giocare… del resto il gioco li aveva avvertiti: «Non cominciate se non intendete finire.»
Ma forse lui quell’avvertimento non l’aveva letto, non ci aveva fatto caso. E al primo rintocco della sera, il gioco aveva pensato che avesse tirato i dadi, così come aveva pensato che la stessa Sarah li avesse tirati prima di lui.
Un gioco di parole, un gioco intricato di gesti ed emozioni in cui se non sapevi districarti era la fine.
A questo pensava Alan, nel momento in cui vide quel nero elefante rivolgergli il suo ghigno sardonico: stavano giocando la partita del ’69.
Stavano giocando la sua stessa partita: avrebbe dovuto giocare con loro.
Non aveva scampo, una volta innescato il processo nulla avrebbe potuto più fermarlo: quel processo richiedeva di essere mandato avanti.
Quello che Alan non sapeva era però che in realtà non sarebbe mai stato portato a termine: la partita si sarebbe apparentemente conclusa, ma il gioco avrebbe suonato per sempre.
I suoi tamburi avrebbero tuonato per sempre e per sempre, da ogni parte del mondo, qualcuno ne avrebbe sentito il richiamo, lo avrebbe trovato e avrebbe ancora una volta tirato i dadi.
Ma tutto questo lui ancora non lo sapeva: sapeva soltanto che in quell’imprecisato giorno del 1995 era seduto lì per terra, per terminare la sua partita cominciata nel 1969.
Il seguito… il seguito della sua ricerca, nel suo viaggio in se stesso e nella sua giungla: cosa aveva trovato? Era riuscito a scovare Van Pelt? E sarebbe riuscito a domarlo?
Giacché adesso sapeva: Van Pelt non sarebbe mai stato sconfitto, ma adesso aveva gli strumenti necessari per domarlo, per far in modo da non farsi più trascinare nella giungla, risucchiato da un gioco pazzo che solo ai più avveduti avrebbe mostrato la via.
Non per presunzione, non perché lui fosse il migliore, ma perché sostando ventisei anni in quella giungla, alla fine era riuscito a penetrarne i segreti e a capire come utilizzarli nella sua vita.
Solo una volta penetrato e accettato questo segreto era riuscito a trovare la via per tornare a casa: casualmente Peter lo aveva sbloccato, ma il leone aveva capito. Aveva già compreso tutto.
E lo aveva riportato a casa: solo adesso, forte di ciò che aveva imparato nella giungla, poteva riprendere la partita.
Una partita che non si era arrestata, ma che in sordina era andata avanti comunque, attendendo il giorno in cui l’elefante avrebbe potuto riprendere il cammino.
Un cammino che adesso intuiva sarebbe stato in perpetuo movimento, come i tamburi che sempre risuonavano in Jumanji.
©Lucia Boggia
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