Giammai dorme la donzella,
che tra le roventi fauci s’arrovella

del grande mostro nelle segrete
rinchiuso. Mai dimentiche del Lete

le acque la oblieranno,
ché è sì immensa che mai danno

nell’Ade la porterà sulla sua barca:
semmai condotta sarà sull’arca

che tanti in salvo seco condusse.
Ferite, sogni e speranze concusse,

ma dalla lapide sempre risorge:
fenice alle sue ceneri lo sguardo porge.

Fiamma sempre accesa: danza, muore
e ancor della vita segna l’ore.

Mai in catene, a tutto si ribella:
fresca, agli ordini sorda, e bella;

tra larve e simulacri, perché me volesti?
Dolore, gioia e amor mi dai e mi desti:

la catena ancor ti stringe
e come sontuosa sfinge

ti sfida e ti inchioda e ti fissa,
ma tu non abboccar alla sua rissa.

Ché mai più pura gioia mi fu data,
se non dalla tua bella piuma alata:

piangi, se devi, e urla e ringhia;
ché mai si seppe d’una cinghia

che a forza di lottare non si spezza
e se ti ha odiato prima ora ti apprezza.

E allora dalle fauci esci, mia donzella:
dello squamoso drago sali in sella.

Ché forse non lo sai, ma era il tuo oro
che egli custodiva in suo tesoro.

©Lucia Boggia

Immagine eccezionalmente presa da:

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