Oggi voglio andare avanti con La Ruota dell’Anno: mi sarebbe piaciuto pubblicare gli articoli relativi ai vari Sabba in contemporanea al periodo in cui vengono celebrati, ma non sempre si riesce a stare al passo, perciò mi accontento.
Oggi parliamo di Samhain, la celebrazione che dà avvio alla Ruota e che cade il 31 di ottobre.
Abbiamo detto che Samhain era il momento in cui I Celti facevano iniziare la Metà cosiddetta Oscura dell’anno: era la festa del terzo ed ultimo raccolto, il momento in cui l’oscurità lentamente cominciava a calare sulla terra e il tempo in cui la terra stessa dava inizio al suo ritiro interiore in vista del riposo invernale.
La parola Samhain deriva dal gaelico e significa letteralmente “Fine dell’estate” e dunque appunto: ritiro della terra, ultimo raccolto, autunno, oscurità.
Si tratta ancora oggi di un momento liminale, un tempo in cui tutto finisce e in cui tutto allo stesso tempo deve ancora iniziare: la fine e l’inizio visti insieme, come un’unica cosa.
Una soglia. Una soglia nella quale si entra, per poi uscire nuovamente e “venire alla luce”.
Negli ultimi tempi, imbattendomi in canali e persone che mi hanno donato un nuovo sguardo attraverso cui considerare le cose, mi sono effettivamente avvicinata a nuove visioni, nuovi punti di vista.
E sebbene il paganesimo in sé insegni che tutto nella vita è ciclico e che tutti siamo parte di questo eterno fluire a spirale, non è così scontato riuscire poi a mettere in pratica questo pensiero: siamo talmente abituati a pensare secondo l’unica ottica lineare dicotomica, che anche abbracciando un sentiero diverso, possiamo poi cadere negli stessi errori che quell’ottica ci ha fornito.
Noi viviamo appunto seguendo il pensiero che il patriarcato ha ripreso dagli Antichi Greci, ossia il pensiero duale oppositivo, secondo cui viviamo lungo un’unica traiettoria lineare: una retta, con un inizio e una fine. Due punti che si trovano esattamente all’opposto l’uno dall’altro.
Secondo quest’ottica se una cosa si trova alla prima estremità deve essere per forza opposta rispetto alla seconda e viceversa. Tutto questo comporta che se due cose, pensieri, persone, e via dicendo sono considerate opposte ne consegue che una deve per forza essere sbagliata e l’altra per forza giusta.
E questo è il pensiero che è alla base di tutte le incomprensioni, intolleranze, violenze e guerre. Ossia alla base del patriarcato.
Ma se invece considerassimo effettivamente tutto come ciclico, come un cerchio che si chiude e si riapre di continuo su se stesso, allora forse potremmo riuscire a scorgere qualcosa di più, di diverso, di più ricco.
Ed è quello che è capitato a me negli ultimi tempi: devo a Laura Ghianda e al suo meraviglioso lavoro di informazione questo nuovo spiraglio di luce.
Se vi interessa, vi lascio il link della sua pagina in fondo all’articolo, perché è davvero fantastica!*
Torniamo a noi: se consideriamo tutto come un cerchio, dunque a ragione lo stesso ciclo stagionale, vediamo che non ha più senso guardare alle “polarità” come due cose opposte e dunque se esiste una non può esistere l’altra e viceversa, o se una è bene l’altra è male.

Perché tutte le fasi saranno un semplice scivolare l’una nell’altra: c’è il momento di massimo splendore (nell’immagine è il ciclo lunare, ma il ragionamento vale pressoché per qualsiasi cosa: ciclo solare, ciclo stagionale, ciclo mestruale, eccetera), poi man mano questo splendore comincia a decadere e l’oscurità lentamente prende il sopravvento, fino ad arrivare ad un momento di equilibrio, in cui luce e oscurità sono uguali (primo e ultimo quarto nel ciclo lunare, ma anche i due equinozi nel ciclo stagionale) e poi si va ancora di più nell’oscurità, finché si arriva al momento di buio totale. Questo momento totale di buio è sì “opposto” al momento totale di luce, ma il suo essere in un movimento e in un’ottica ciclica, non lo fa più considerare come necessariamente alternativo al momento di luce.
La luce non è il bene opposto al male, non è il bello opposto al brutto, non è il positivo opposto al negativo, ma è una “semplice” fase, un momento che lentamente poi scivola in altri momenti e altre fasi, fino ad arrivare alla fine. Che proprio perché è la fine e proprio perché è posta in un’ottica ciclica, non è altro che un nuovo inizio.
Non abbiamo più la situazione della linea retta, per cui partiamo da luce/bellezza/splendore/bene e finiamo a buio/orrore/oscurità/male e basta.
Ma abbiamo tutta una serie di sfumature che, iniziando a crescere lentamente dopo il culmine del buio, man mano giungono al culmine della luce per poi ancora decrescere e tornare al buio.
Il quale buio non è altro che il principio della luce, della nuova vita, del nuovo ciclo: se ci pensiamo è nel buio che tutto ha inizio.
È dal buio del ventre di nostra madre che “veniamo alla luce”, è dal buio della notte che ha inizio un nuovo giorno (non a caso Gli Antichi facevano iniziare il giorno dalla notte precedente), è dal buio della mente che vengono fuori idee, sogni e progetti. Ed è dal buio del ventre della terra che viene fuori la vita in primavera.
Questo rappresentava per Gli Antichi la notte di Samhain.
Questo ancora oggi rappresenta la Metà Oscura dell’Anno.
Non il buio che tutti purtroppo ancora oggi attaccano con forconi e roghi ogni 31 ottobre.
Non il male diabolico che si pensa faccia parte della moderna Halloween che pure da Samhain deriva.
Non il buio lugubre di chissà quale inesistente rito sacrificale: Samhain rappresenta nient’altro che il ritorno nel grembo di nostra madre.
Il momento liminale, il momento del non-luogo e del non-tempo.
Poiché tutto è finito, è vero, ma niente è ancora ricominciato: con Samhain siamo stati concepiti, ma siamo meno di un embrione nel grembo delle nostre madri, magari ancora ignare della vita che portano dentro.
Con Samhain ci accoccoliamo nel grembo oscuro della Dea, la soglia che poi ci condurrà dall’altra parte, quando dopo il Solstizio d’Inverno le giornate cominceranno ad allungarsi, portandoci nuovamente alla primavera.

©Lucia Boggia

* https://www.facebook.com/lauraghiandateasofia