Taci.
Stai zitta, non parlare. Non urlare.
Non dire a nessuno ciò è successo.
Il vuoto intorno, il buio più immenso, non so dove mi trovo, se sono viva, se sono morta… se mi hanno uccisa. O io stessa ho reciso l’ultimo filo.
Stai zitta, stai zitta, stai zitta!
Perché? Perché dovrei stare zitta?
No, non tapparmi la bocca, non legarmi le mani, smettila mi fai male!
Sangue, quanto sangue… ma… di chi è?
Perché io le unghie le tiro fuori… la lupa di Verga: è lei alla fine la colpevole, non i ragazzi che la fanno a pezzi.
Mi trasformo sotto i loro occhi, divento una belva, una belva pronta a difendersi, ma non basta.
La mia voce non esiste. Fantasma, come me, si nasconde… si sente sudicia, invisa, sporca, colpevole.
Dove sono? Non riesco più a capirlo.
Percorro un corridoio buio, troppo buio. Un tunnel infinito ed intricato, lugubre, sudicio… come gli ultimi istanti della mia vita, della mia inutile e buia esistenza.
Perché, perché devo stare zitta? Altrimenti cosa mi fai? Puoi fare peggio di ciò che hai già fatto?
Guarda, guardami! I segni, tutti i segni lasciati sul mio martire corpo. Sì, martire.
Martire, martire, martire.
Lo dico ancora: MARTIRE, MARTIRE, MARTIRE!
Tutti lo devono sapere, tutti lo devono sentire, tutti lo devono vedere!
Ma tu, ma voi… mi avete tolto la voce, mi avete tolto la vita, il coraggio e la forza.
A tutte noi lo avete tolto.
Sono qui, ma non so perché, né come sia possibile: l’ultima cosa che ricordo è stato quel pensiero, quel chiodo fisso. Come un pungolo, un ago ficcato in ogni parte del mio corpo, che continuava a dirmi, a supplicarmi: ti prego, falla finita! Ti prego, donami un po’ di pace… questo tunnel infinito ormai per me è l’inferno in terra.
Anzi, peggio. Di più.
Non ho potuto parlare, perché mi avete ammazzata.
Avete ammazzato tutte noi.
Cammino, a tentoni, a stento mi reggo in piedi: cosa ci faccio qui? Forse infine ho dato ascolto alla mia voce? Cosa ho fatto? Dove sono andata?
Mi gira la testa, ma non so come sia possibile: forse qualche bicchiere di troppo… forse qualcosa è andato storto. Ma non è stata colpa mia.
Colpa. Cosa significa colpa? Perché dare sempre la colpa a qualcuno e non prendersi le proprie responsabilità, una volta tanto? E perché poi la colpa deve essere sempre nostra?
L’abito scollato, tardi la sera, da sola, forse hai alzato il gomito… tutte queste belle idiozie ormai confezionate a dovere.
E lo stato (volontariamente minuscolo, non è un refuso) non fa niente per cambiare le cose. Già, perché fa troppo comodo prima a lui (si può dire “lui”?) mantenere le cose così come stanno: non si può denunciare qualcuno per stalking, a meno che non ti abbiano già ucciso o fatto qualcosa di grave.
È considerato normalissimo essere importunate con frasi poco simpatiche per strada, anche se non si è mai dato il permesso.
E… se veniamo stuprate, picchiate e uccise… se non è una notte, saranno massimo due anni al fresco e per “buona condotta” o chissà quali patologie inventate sono di nuovo fuori. A stuprare, picchiare e uccidere.
Al diavolo il 25 novembre: non me ne faccio niente di tutte le vostre belle parole infarcite una volta all’anno, se il risultato è questo!
Al diavolo l’otto marzo, di cui nemmeno più conoscete il significato!
Al diavolo i fiocchetti e le scarpette rosse con cui infarcite le città, se voi stessi ci mettete sotto le vostre scarpe come zerbino!
Al diavolo… al diavolo tutti!
E adesso devo sentirmi in colpa, perché ho preferito studiare recitazione o andare in palestra, invece che iscrivermi ad un corso di difesa personale?
Perché devo essere io, perché dobbiamo essere noi a premunirci e non voi a fare in modo che queste lordure non accadano mai più?!
E per la cronaca… quando è successo ero in una zona centrale, in pieno giorno e indossavo una comoda tuta da ginnastica: non avevo bevuto, non ero da sola in giro di notte e non ero provocante, secondo il solito copione infiocchettato dal Patriarcato.
E anche se fosse stato… non sarebbe stata colpa mia. Come non lo è stata in ogni caso.
Adesso che faccio? Dove sono? Ah, vedo una luce: il tunnel sta per finire.
Ma… cosa vedo?
No, no, maledetti!
Sì, certo: bravi ragazzi, mai dato segno di violenza, io mi sono fatta avanti per prima e poi ho fatto la ritrosa… e in ogni caso, anche se fosse stato, avrei avuto il diritto di cambiare idea.
Ma tanto… a che serve? La faranno franca: sono anche minorenni, figuriamoci!
No… mamma… non piangere, non piangere… faremo tanto di quel rumore che sveglieremo tutti i morti del pianeta!
Rumore… rumore… questa sì che è un’idea!
Se sono qui ci sarà certo un motivo… distruggerò ogni cosa, brucerò tutto, andrò fino in fondo!
Come non ho fatto prima… così farò adesso… la mia voce si farà sentire!
Ma… cosa sento? Cos’è questo pianto? Di chi è?
-Chi sei? Perché sei qui?
-È successo di nuovo, vero?
-Anche tu?
Un cenno evanescente del capo, mentre continua a piangere.
-A te che hanno fatto?
-Mi hanno stuprata. Ho provato ad andare avanti, ci ho provato! Ma l’abisso era troppo grande e i processi… beh, lo sai come funziona… credo di aver ascoltato quella voce che già da tempo gridava dentro di me e ho solo portato a termine ciò che loro avevano iniziato. Ormai ero già morta: per me mi hanno ammazzata loro.
-Io sono stata uccisa a coltellate dal mio ex. Non accettava che lo avessi lasciato. E ovviamente il tutto è passato alla storia come un raptus, perché in fondo… era un bravo ragazzo, poverino…
Ben ventisette coltellate. Poi mi ha gettata in una discarica, come un sacco di spazzatura.
-Ma perché sei rimasta?
-Tu perché sei rimasta?
-Già, hai ragione… non ci hanno ascoltate da vive: li costringeremo a farlo adesso.
©Lucia Boggia
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