Continuo a imbattermi in notizie di violenze, stupri e femminicidi: com’è possibile che tuttora si neghi l’evidenza?
Com’è possibile che ancora oggi, nel 2025, si debbano apprendere notizie del genere?
Ogni giorno, ogni settimana c’è uno stupro, si consuma una violenza, un FEMMINICIDIO: la parola esiste, perché non usarla?
Così come esiste la parola STUPRO: quanta rabbia, ogni volta che cercano di aggirarla, dicendo che la vittima (spesso anche “presunta”) sia stata “COSTRETTA A SUBIRE UN RAPPORTO SESSUALE COMPLETO”. Chiamiamo le cose col loro nome!!!
Nemmeno si contano i femminicidi avvenuti in questi primi mesi del nuovo anno: e in gran parte da ex compagni, ex mariti, ex fidanzati, eccetera…
E poi te la rigirano a modo loro e la buttano sul personale, dicendo che il poverino non stava bene, ma questo significa spostare di proposito il focus da un problema collettivo e di classe ad un falso problema individuale: se si passa dal collettivo al personale, la lotta di classe perde potere e i nostri diritti vengono ancora di più calpestati e non presi in considerazione.
C’è ancora chi giustifica il femminicidio come raptus o “delitto passionale” e quindi, poverino, alla fine è lui la vittima, perché non sta bene e ha bisogno di cure.
O peggio: è la vittima che viene doppiamente incolpata, perché è stata lei stessa a provocare la tragedia. Ha osato rispondere a chi la infastidiva, ha osato alzare la testa e ribellarsi o magari nulla del genere, ma in tribunale di sicuro si dirà che la donna è colpevole.
Scrivo sull’onda di una notizia che mi ha preso in piena faccia, stamattina: il femminicidio di Sara Campanella, studentessa universitaria, uccisa a Messina da un suo collega.
Quello che risulta dalle fonti, attendibili come sempre, è che l’assassino sia rimasto male per un amore non corrisposto: ma quante volte dobbiamo dire che… CHISSENEFREGA????
Prima di tutto: quando si molesta qualcuno, non è mai amore, ma solo un legame distorto e morboso.
Poi: nulla è dovuto. Soprattutto quando si parla di questo: viviamo in un mondo patriarcale e maschilista, nel quale è un dato di fatto, è dato per assodato che noi donne dobbiamo sempre compiacere, dire di sì, stare in silenzio e abbassare la testa.
Perché siamo considerate un BENE DI PROPRIETÀ DEL MASCHIO DOMINANTE.
Questa è la famosa CULTURA DELLO STUPRO su cui si basa la società in cui viviamo: non siamo libere, non siamo considerate libere, individui a sé, con una propria coscienza e un proprio modo di pensare. No: siamo l’appendice del maschio, che serve il sistema capitalista nel quale siamo intrappolate.
E guai se osiamo ribellarci!
Ovviamente adesso si dice che il povero ragazzo è una persona schiva e introversa e la sua povera famiglia è devastata dal dolore: esattamente, QUALE???
Ogni volta il solito copione: lui un bravo ragazzo, che non ha mai dato segni di violenza e instabilità, la famiglia una brava famiglia… e la vera vittima infangata, perché ha provocato, perché non ha denunciato, perché non si era resa conto del pericolo, e cose del genere.
E di certo il fatto che non abbia denunciato le molestie diventerà il perno su cui verterà l’intera faccenda, ovviamente a favore del “presunto” assassino. Perché così viene definito Stefano Argentino, nell’articolo che ho letto: “presunto”, come a dire ancora una volta che la vittima è chi opera il femminicidio.
Ci si chiede mai perché molte donne ancora non denuncino? Per lo stesso sistema che ci tratta come carne da macello e che ci fa sentire in colpa, anche per ciò che non facciamo, per ciò che non siamo noi a scegliere e per ciò che a volte ci convinciamo di dover subire. Perché ce lo meritiamo. E se ci accade è solo colpa nostra.
E INVECE NO: LA COLPA NON È MAI NOSTRA!!!
E ridurre il tutto ad un problema psicologico e psichiatrico è solo un modo per ridurci ancora una volta al silenzio, per farci assistere, inermi, alla nostra continua distruzione e al nostro annientamento.
Non ce ne facciamo niente dell’educazione sentimentale nelle scuole: a noi serve sradicare il sistema alla base.
Non so ancora come farò, né se riuscirò anche in minima parte nel mio intento, ma voglio riemergere dalle nebbie in cui sono caduta e far rinascere la mia aspirazione degli ultimi anni: essere parte, a modo mio, della rivoluzione femminista.
Riuscire, nel mio piccolo, a portare il mio contributo per fare informazione e rendere questo posto un po’ meno orrendo di quello che è.
Era ed è il mio sogno: mettere la mia vocazione al servizio della società.

©Lucia Boggia