Ed eccoci qua, a questo primo appuntamento della rubrica Narrazioni: il tema che voglio porre all’attenzione oggi è l’essere adulti/e, diventare delle persone adulte.
Voglio parlarne sia a livello etimologico che in generale, come discorso più ampio su ciò che partendo dall’etimologia potrebbe significare il diventare adulti/e e ciò in cui si è trasformata oggi questa espressione.
Premetto che quella che propongo di seguito non è un’analisi storica e dettagliata dell’espressione in questione, ma l’adozione di un punto di vista diverso, nato sia da riflessioni intime e personali che dall’ispirazione che in quel momento mi ha donato la mia ricerca.
Se in passato questa espressione abbia avuto significati simili non ne ho idea, ma poiché abbiamo un disperato bisogno di divulgare narrazioni diverse, nel caso in cui non si riuscisse a ricostruire le origini di quelle che noi oggi conosciamo, è bene anche provare a crearne di nuove.
Magari all’inizio ci suoneranno strane, proprio perché non siamo abituati/e, ma continuando a narrarle riusciremo col tempo a creare delle nuove realtà.
È quello che vorrei provare a fare oggi, assumendo tra tutte le sfumature di significato del termine “ADULTO” una in particolare che possa farci imboccare una strada totalmente diversa da quella in cui la società ci ha imprigionato.
Per la società infatti “essere, diventare una persona adulta” vuol dire trovare un lavoro, sposarsi, andare a vivere in un’altra casa e fare dei figli.
In più c’è molta enfasi sul fatto di dover rinunciare a se stessi/e, alla propria persona, ai propri sogni, bisogni e desideri: quante ci volte ci hanno ripetuto che «Sei grande ormai, per pensare a queste sciocchezze», oppure «Sei una persona adulta, adesso: è ora di crescere, è ora di abbandonare queste illusioni» o ancora «Hai una famiglia, non puoi andare in giro a suonare/cantare/ballare/….»
Spesso la parola “adulto/a” è associata alla parola “responsabile”, fino quasi a diventarne un sinonimo: una persona davvero adulta e matura è anche una persona responsabile, che si fa carico di tutti i pesi del mondo, che svilisce se stessa, che non dona più importanza ai suoi veri desideri.
Questo è quello che la società (e la famiglia in generale, che le fa da specchio) intende per “essere adulti/e”.
Ma siamo sicure/i che sia davvero così?
Davvero dobbiamo annullarci, andare contro i nostri ritmi naturali, contro i nostri desideri e bisogni per essere delle persone adulte?
No, è solo quello che vogliono farci a credere. Perché se non siamo più in sintonia con i nostri bisogni e desideri, siamo vuote/i e quindi facilmente manipolabili.
Qualche giorno fa mi interrogavo proprio su questo e mi sono detta che diventare una persona adulta vuol dire imparare ad essere e manifestare totalmente me stessa, senza più temere il pensiero e il giudizio delle altre persone.
Senza più costringermi a soddisfarne le aspettative, rendendomi infelice e andando contro i miei bisogni e desideri.
Senza più temere che, a causa delle mie scelte, potrei essere rifiutata e abbandonata.
A qualche giorno di distanza ho cercato per curiosità l’etimologia della parola “Adulto/a” e ho trovato qualcosa di interessante.
“ADULTO” viene dal latino “AD-ÒLITUS”, che a sua volta viene da AD-ÒLEO, cioè “Cresco”.
Difatti l’adolescente è colui/colei che è nel bel mezzo del processo di crescita.
Il termine deriverebbe dalla radice AL che si trova nel latino ÀL-O e che vuol dire “Accrescere” ma anche “Nutrire”.
Per quanto tutte le fonti che ho trovato concordino nel dire che una persona adulta è una persona che psicologicamente e fisicamente abbia completato il suo processo di crescita (essendo participio passato di AD-ÒLEO, il significato di ADULTUS è “Cresciuto”) e dunque sia anche dotato di una certa maturità, io vorrei concentrarmi proprio sull’ultimo significato e cioè “Nutrire”.
Perché sì, possiamo anche dire che una persona adulta sia una persona che abbia completato il suo processo di crescita, ma quali sono e quali dovrebbero essere le caratteristiche di tale crescita?
Perché non è così scontato e non è uguale in ogni luogo e in ogni tempo.
Noi viviamo in una società che ci sta portando alla deriva e che vuole tenerci come burattini di cui muovere i fili: è una società che ci vuole spenti/e, senza scopo, senza sogni e senza progetti.
Una società che ci dice quello che dobbiamo pensare, cosa dobbiamo fare e cosa dobbiamo desiderare e che ci spinge ad annullare il nostro essere, per conformarci a quei dettami.
Ma se continuiamo a farlo, diventiamo esattamente come essa ci vuole: vuote/i e senza capacità di discernimento, così da essere totalmente plasmabili e manipolabili.
Il capolavoro di Michael Ende è ancora molto attuale, a questo proposito: nel film tratto dal suo romanzo La storia infinita, quando Atreyu si scontra con Gmork, gli pone una domanda
«Perché Fantàsia muore?»
E l’altro risponde: «Perché la gente ha smesso di sognare e allora il Nulla dilaga»
Cos’è il Nulla? Gmork risponde anche a questo, dicendo che è il vuoto dentro di noi, generato dal non avere più sogni e speranze e questo fa comodo al Nulla stesso e al nemico perché «È più facile dominare chi non crede in niente.»
Tutti i governi e tutte le società basati/e sulla repressione mirano a questo: quando le persone si ribellano, quando iniziano a fare domande e a capire, vengono zittite.
E allora… cosa c’è di meglio che tenerci occupate/i con mille e mille incombenze, mille pesi che magari nemmeno ci competono, educandoci all’annullamento del nostro essere, all’uccisione delle nostre vere aspirazioni?
Essere responsabili non significa questo: la RESPONS-ABILITÀ (e anche qui prendo in prestito le parole e gli insegnamenti di Laura Ghianda) è la nostra ABILITÀ DI RISPONDERE alla vita e a tutte le situazioni che essa ci mette davanti.
È la nostra capacità di agire, in maniera consona o meno, di fronte a ciò che ci succede.
Non è stillare sangue da ogni cellula per il guadagno altrui.
Non è mettere da parte le proprie vere inclinazioni e le proprie aspirazioni, perché alla società fa comodo così e magari ti fanno crescere con la convinzione che queste aspirazioni siano solo una scemenza.
Non è dire sempre sì, anche se questo significa calpestare le tue esigenze.
QUESTO NON È ESSERE RESPONSABILI.
Su questo credo che scriverò un articolo a parte, ma ci tenevo a dire due parole, proprio perché molto spesso il termine “Responsabile” è accostato al termine “Adulto/a”.
Quanto alla nuova sfumatura che sarebbe bello iniziassimo a donare a questa parola, torniamo al “Nutrire”: cosa c’è di più bello di questa parola?
D’altronde si cresce solo se ci si nutre… e di cosa?
Se ad esempio non si dona al proprio bambino il nutrimento di cui ha bisogno, non cresce o si ammala o può sviluppare altri tipi di problemi: a seconda del nutrimento che ci permettiamo di donarci, possiamo diventare la persona sana che speriamo di essere.
Se invece di tutti quei «Se grande per queste cose, hai delle responsabilità (che tradotto significa «Devi portare dei pesi»), devi lavorare invece di pensare a queste cose!»…
Se invece di ripetere «Sono solo sciocchezze, le cose importanti sono altre, non si piange per queste cose, non si vive di queste illusioni»…
Se invece di tutto questo iniziassimo a nutrire davvero chi siamo, iniziassimo a nutrire la nostra mente e la nostra anima con ciò che davvero amiamo e non con ciò che ci dicono che dobbiamo amare, allora qualcosa comincerà a cambiare.
Lentamente, ma lo farà.
Ripeschiamo tutti quei desideri, i famosi “Sogni nel cassetto”, che se sono nel cassetto c’è un motivo: ci è stato insegnato che non servono a niente.
Ci si lamenta spesso che persino i giovani oggi non abbiano obiettivi o le idee chiare, ma quale causa ha scatenato questo effetto?
L’educarci all’annullamento e all’annichilimento della mente e dell’anima.
Prima si dice: «Questo c’è e ti arrangi. Anzi, ci sarebbe qualcosa ma non ti è permesso raggiungerlo.»
Poi si rivolta la frittata e si dice: «I giovani di oggi sono fannulloni, non vogliono lavorare, eccetera…»
Prima si nega qualcosa e poi ci si lamenta perché quel qualcosa non è stato raggiunto.
E proprio da questo modo di educare, da questo nutrire male la nostra anima e il nostro essere vengono fuori tutte quelle persone adulte eternamente bambine o che hanno sviluppato grandissimi disagi psicoemotivi, per cui lì si diventa davvero IR-RESPONS-ABILI, nel senso che non riusciamo rispondere adeguatamente a quello che ci succede.
Perché non siamo incoraggiate/i a perseguire i nostri sogni, a dare ascolto ai nostri bisogni e a nutrire la nostra anima nel modo che più ci rende sani/e e felici.
Invece la nuova sfumatura che mi propongo di adottare e che non vuole porsi come verità universale, ma solo come spunto di riflessione per la creazione di una nuova narrazione, è questa: per me diventare una persona adulta vuol dire nutrirsi di ciò che si è realmente.
Vuol dire portare a compimento il proprio processo di crescita (che in realtà non si compie mai del tutto, perché ci si evolve sempre) nutrendosi di ciò che fa bene a questa crescita, seguendo i propri desideri e smettendo di annullarsi per obbedire alle aspettative altrui.
Spero che questo primo articolo possa portare un po’ di ispirazione, così da creare insieme una nuova società, fondata su nuove e sane narrazioni.
©Lucia Boggia
Lascia un commento