Le società matriarcali sono sempre vissute all’interno dell’economia del dono, facendo di esso il motore della crescita e del benessere della comunità.
Non sono un’esperta in materia: sto cercando di documentarmi e di imparare. E l’ispirazione che pianto oggi si nutre del lavoro di divulgazione di Laura Ghianda (https://www.lauraghianda.com/), Maya Vassallo Di Florio (https://mayavassallodiflorio.com/) e Genevieve Vaughan (www.maternalgifteconomymovement.org), femminista e teorica dell’economia del dono materno.
Partendo da questi primi rudimenti, cosa possiamo dire dell’economia del dono?
Innanzitutto che è totalmente diversa dall’economia dello scambio alla quale siamo abituate/i noi oggi: nello scambio io do qualcosa a qualcuno per ottenere qualcos’altro.
Può essere qualcosa che mi serve per la mia sopravvivenza quotidiana, per cui pago per ottenere cibo, vestiti o un servizio.
Può essere anche uno scambio “immateriale”, per cui faccio qualcosa per qualcuno perché spero (anche senza malizia) di riceve a mia volta qualcosa: dopotutto è il modo in cui veniamo cresciute/i.
Già da piccole/i ci viene detto: «Se fai la/il brava/o ti do un dolcetto.»
Oppure «Se metti a posto la cameretta/ se hai un bel voto a scuola (o all’esame) ti do i soldi/ti compro qualcosa.»
O ancora… qualche giorno fa pensavo all’orrendo supplizio a cui sottopongono i più piccoli: leggere, anche quando non vogliono, la letterina o recitare la poesia durante le feste!
In questo caso non solo non si stanno rispettando i confini dell’altra persona (il famoso principio del consenso), ma le si sta insegnando che il suo valore è percepito soltanto all’interno della cornice di scambio: «Se non reciti la poesia niente soldini»
È orrendo, se ci pensiamo.
Dalle cose più astratte, alle azioni compiute per sentirsi visibili… tutto, a partire dai tre-quattro anni, ci dice che se non abbiamo qualcosa da scambiare, qualcosa con cui pagare o non diventiamo noi stesse/i merce di scambio, non valiamo nulla.
E invece ciò che si dovrebbe iniziare ad insegnare è questo: noi valiamo, abbiamo valore in quanto esistiamo e siamo su questa terra.
Niente in natura è inutile, anche ciò che per noi è fastidioso: anche una mosca agisce il suo ruolo sul pianeta.
Dunque se ogni essere vivente ha un ruolo, una funzione, uno scopo nella sua esistenza e se già l’atto di esistere ha un suo senso, allora tutti/e abbiamo già un valore intrinseco e non dobbiamo andare in giro a sbandierarlo.
Non dobbiamo sgobbare per cercare di dimostrare a tutti i costi che valiamo, che siamo o che possiamo diventare qualcuno. Perché noi siamo già qualcuno, noi già valiamo in quanto esistiamo, e meritiamo che questo valore ci venga riconosciuto, indipendentemente da tutto.
Indipendentemente dall’andare bene o meno a scuola, dal prendere 30 e lode o 25… indipendentemente dal nostro essere fallibili.
Perché noi siamo fallibili ed è inutile fingere il contrario.
L’errore però non è qualcosa di brutto: è la strada che abbiamo esplorato e che magari non era fatta per noi, ma che ci ha fornito comunque degli strumenti per esplorare nuovi orizzonti.
Nell’economia del dono l’atto del dare non è legato ad uno scambio: si dona qualcosa a qualcuno.
Questo qualcuno, magari anche in un altro momento, dona qualcosa a qualcun altro, una persona diversa da quella da cui ha ricevuto. E quest’ultima donerà ad altre persone ancora: in questo modo il dono circola all’interno della comunità e la comunità può espandersi.
È interessante notare come nella parola COMUNITÀ sia contenuta la parola MUNI, che deriva dal latino e vuol dire proprio dono: la creazione della comunità dunque è strettamente legata al dono. È dalla circolazione del dono che nasce la comunità, cosa che possiamo vedere effettivamente nei disastri provocati nella nostra società che ormai è uscita dall’economia del dono: il capitalismo e l’individualismo stanno distruggendo ogni cosa, perché non si preoccupano dei bisogni altrui.
L’economia del dono, praticata dalle antiche società matriarcali e da quelle tuttora esistenti, si basa sulla cura: se si dona per donare, senza la pretesa di ricevere, si dona anche valore alla persona che riceve.
Dunque, sia perché si ha già un valore in quanto esseri viventi, sia perché il dono presuppone la cura e il vero desiderio di sostenere e anche sostentare l’altro, il valore perde il senso vuoto che ha oggi nella società: viene slegato dal prezzo ed entra nella cornice di senso della gratuità.
Noi oggi consideriamo la gratuità alla stregua della svalutazione: compiere un qualsiasi gesto, un qualsiasi lavoro “gratis” ci dà la sensazione di sminuire quel lavoro e la nostra stessa persona.
In realtà è totalmente il contrario: la gratuità è l’essenza del dono, poiché presuppone la sola gioia di donare… che sia la nostra persona, il nostro tempo, qualunque cosa.
Anche nel mondo del lavoro viviamo questa enorme piaga: il capitalismo ruba alle persone i propri doni e talenti, per mercificarli, e vivendo in una società che sfrutta questi doni ovviamente le persone sono costrette a scambiarli per soldi.
I doni e i talenti esistono perché ognuno/a, a seconda delle proprie inclinazioni, possa provvedere alla creazione e al fabbisogno della comunità: è così che dovrebbe circolare il dono.
Ma come si fa, quando si vive in una società che rinnega il dono ed è fondata sullo scambio?
Quello che succede è che, anche quando siamo in presenza di un dono (fatto o ricevuto), non ce ne rendiamo conto e, abituati/e a pensare in un’ottica di scambio, lo chiamiamo con il nome sbagliato.
Genevieve Vaughan dice che, per rientrare nell’economia del dono, il primo passo da fare è proprio riconoscerlo, quando è presente.
Una volta che lo abbiamo riconosciuto, dobbiamo prenderne consapevolezza e iniziare a nominarlo, senza più confonderlo con lo scambio.
La teorica porta anche alcuni esempi: già il solo fatto di respirare è un dono, il cibo che la terra ci offre è un dono, un sorriso reso con amore è un dono.
Secondo Genevieve Vaughan noi in realtà facciamo esperienza del dono sin da piccoli/e, almeno fino ai tre-quattro anni: la madre che si occupa dei suoi figli mette in circolo il dono, senza condizioni.
È il desiderio di veder soddisfatti i bisogni primari e di sopravvivenza dei figli, che in quel momento muove la madre: se non li allatta non possono mangiare, se non li copre soffrono il freddo, se non dona loro le cure adeguate si ammalano.
È questo il principio che muove l’economia del dono: almeno per un primo momento, la nostra vita è fondata su questo dono che nulla chiede in cambio.
Tornare a questo approccio è fondamentale, se vogliamo fermare il disastro che nel corso di secoli e millenni abbiamo provocato: iniziamo dal piccolo, dal riconoscere il dono quando lo vediamo.
Dal prenderne consapevolezza, dal nominarlo e dal parlarne alle altre persone.
Siamo nel periodo che forse più di tutti invita al consumismo smodato: invece della solita e snervante corsa ai regali, in cui ci si affatica a prendere cose a caso come se fosse un peso, per togliersi il pensiero, focalizziamoci sui reali bisogni delle persone che abbiamo intorno.
Se ne abbiamo la possibilità, invece di alimentare questa catena, proviamo a realizzare noi qualche dono: se lavoriamo a maglia, possiamo realizzare una sciarpa, un maglione, un cappello.
O anche una semplice foto in una cornice va bene;
qualcosa anche di nostro che sappiamo essere prezioso per l’altra persona.
Certamente io non sono fuori da questa dinamica: due anni fa ci ho provato e ho effettivamente realizzato qualcosa a mano, ma gli ultimi due anni sono tornata alla “pigrizia” del consumismo.
L’ideale sarebbe eliminare del tutto gli acquisti, almeno tra persone adulte, e tornare a donare davvero dal cuore.
Tornare all’autenticità del dono.

Ringrazio le mie fonti, anche se non abbiamo mai avuto contatti diretti, e auguro a tutte/i un meraviglioso Tempo del Dono.

©Lucia Boggia