Che l’acqua sia sempre stato il mio elemento non ho mai avuto dubbi: ho sempre sentito una particolare connessione, soprattutto con il mare.
Ad ogni immersione ho sempre avuto la sensazione di sentirmi a casa, nel luogo al quale appartengo.
Certo, si potrebbe chiedere: quale bambino/a non ama il mare?
E questo è vero, ma credo di avere sempre avuto in me l’archetipo della Sirena: il richiamo del mare, il sentirmi me stessa a contatto con le sue acque salate, la pace di quella trasparenza, quando il mare era calmo, e la meraviglia impaurita di fronte ai “cavalloni”.
Cavalcare le onde, anche a rischio di farmene sommergere o di farmi trasportare via dalla corrente;
guardare sott’acqua, ammirando il mistero di quello specchio che rifletteva una vita a me sconosciuta;
ripescare dal fondo i miei strani tesori…
E qui arriviamo al mio secondo cartone animato preferito, dopo Pocahontas: La Sirenetta.
Ariel non è felice nel mondo marino, non riesce a trovare il suo posto nel mondo: è sempre alla ricerca di un luogo dell’anima, di qualcosa e qualcuno a cui appartenere e che la sollevi dall’angoscia di vivere in eterno sott’acqua.
Nelle profondità del mare annaspa, cerca sempre una via d’uscita e ogni volta che può, cerca di carpire il riflesso del “mondo si sopra”, spiandone gli abitanti e recuperando i tesori preziosi che essi abbandonano sul fondo del mare.
Per quanto queste dinamiche le abbia affrontate molto dopo, sono sempre stata un po’ come Ariel: alla ricerca del mio posto del mondo, alla ricerca di qualcosa che fosse soltanto mio e che non ho mai trovato da nessuna parte. Tanto che alla fine mi sono rifugiata in un mondo illusorio, dal quale è stato molto difficile uscire.
Benché all’inizio mi interessasse semplicemente cercare i punti di contatto tra chi sono adesso e chi ero una volta, per trovare una chiave di lettura in questa nuova mappa del mio sentiero, non penso sia una cattiva idea, andare ancora più nel profondo e riportare in superficie nuove interpretazioni che possano connettere le suggestioni di questo film ad archetipi, antichi e moderni, in grado di mostrarci una nuova visione del mondo e di noi stesse/i.
Tanto per cominciare: l’archetipo della Sirena e la cerca di Ariel verso tesori nascosti, hanno molto a che fare con il sentiero di Afrodite, così come l’ho scoperto grazie a Maya Vassallo Di Florio e al suo Afrodite Svelata.
Nel Tempo Oscuro infatti, Afrodite si veste di tutti i misteri di morte, iniziazione e trasformazione, tuffandosi nei suoi più profondi abissi, per poi riemergerne rinata e rigenerata (contrariamente a ciò che vuole il mito patriarcale, Afrodite non nasce dai testicoli recisi di Urano, ma è un’antica Dea partenogenica, che nasce da se stessa e continuamente si rinnova, così come tutte le manifestazioni antiche della Dea), portando con sé le perle recuperate da quell’oscurità.
Il mare e l’acqua sono legati al mondo dell’inconscio, delle emozioni, dell’intuito, ma anche della vita e della morte: nel liquido amniotico è preservata la vita e dalle acque di guarigione essa viene rigenerata, ma le fonti d’acqua, come abbiamo già visto, sono in tantissime culture il portale per l’Altromondo.
Dunque ha anche un senso questo andirivieni di Ariel, dal “Mondo di Sotto”, dove vive lei, e il “Mondo di Sopra”: è una continua iniziazione di morte e rinascita, e i tesori che trasporta nel suo rifugio, così come le perle di Afrodite, non sono altro che gli insegnamenti che lei trae da tutte le sue morti e rinascite.
I tesori sono ciò che portiamo nella nostra oscurità e che facciamo emergere alla superficie, dopo ogni iniziazione, dopo ogni prova superata, dopo ogni rinascita.
Tutto questo sembrerebbe stonare con il fatto che Ariel, pur di essere vista e accettata dagli umani e da Eric, sia disposta a perdere le sue gambe e la sua voce: nel tempo ho interpretato questo dettaglio come un relegare la propria vera essenza, per compiacere i desideri altrui.
Un farsi piccola, pur di essere amata e accettata. Un perdere il proprio potere personale, dato che come abbiamo visto, la voce è fortemente legata a quest’ultimo: è strettamente intrecciata al fuoco interiore, alla propria capacità decisionale e alla propria autostima.
In realtà in questi giorni ho iniziato a percepire questo aspetto in maniera del tutto diversa: non è un cedere il proprio potere agli altri, ma il prendere atto che, se si vuole rinascere, occorre in qualche modo lasciare indietro delle parti di sé.
Che sia la voce o una mano, non è quello il punto: il punto è che, come ci insegna la natura, come ci insegna la vita, non possiamo restare ancorate/i a vecchi schemi, a vecchi cicli, a situazioni che non ci fanno evolvere, se vogliamo cambiare.
E qui arriviamo alla terrificante Strega del mare.
Ursula è in tutto e per tutto l’archetipo della Strega Oscura, della Mater Terribilis, dell’Incantatrice brutta e cattiva, la cui oscurità è però funzionale alla crescita dell’iniziata/o.
I suoi tentacoli ricordano istintivamente le spire di un serpente, così come la stessa coda della sirena è legata al mistero di questo animale ctonio.
Tutto ci parla quindi di morte, trasformazione, iniziazione e rinascita.
E dov’è che agisce Ursula?
In una caverna in fondo al mare: la caverna e la grotta sono due simboli fondamentali del volto oscuro della Dea.
Rappresentano la discesa agli Inferi, il sostare nel proprio labirinto, esattamente come il mare che è insieme contenitore e contenuto: è la mistura di spuma e sale che bolle nel calderone acquatico di Ursula, così come è lo stesso calderone e rappresenta il labirinto nel quale avviene la trasformazione.
Ma la condizione è che Ariel perda delle parti di sé, se vuole che la trasformazione avvenga: per poter nascere a nuova vita dobbiamo lasciare andare ciò che ancora ci trattiene in quella vecchia.
Ed ecco che allora Ursula fa paura, certo, ma non è poi così cattiva: ci appare tale perché siamo noi ad aver paura della morte, della perdita e del lasciare andare.
Ma è l’unica condizione, se vogliamo procedere nel nostro cammino.
A questo proposito, mi è venuto in mente che, perché l’incanto funzioni, Ariel deve baciare il principe «Prima che il sole tramonti il terzo giorno»: questo dettaglio mi ha fatto pensare alla simbologia solare, per cui dopo tre giorni da ogni solstizio, il sole riprende il suo viaggio e o ricomincia a nascere o inizia a morire.
Simbologia presente in tantissime culture e che è rimasta anche nella liturgia cristiana, per cui Gesù nasce il 25 dicembre (più o meno tre giorni dopo il solstizio) e resuscita dopo tre giorni dalla sua morte.
Una volta di più viene quindi evidenziato il ciclo di morte-trasformazione-rinascita, in cui i primi due stadi sono fondamentali, per poter arrivare al terzo.
Tutto questo ci dice che, per quanto possa essere spaventosa, non dobbiamo ritrarci dalla nostra iniziazione, ma seguirla e abbracciarla. E abbracciandola, lasciare andare quelle parti di noi che non funzionano più: solo così riporteremo in superficie il nostro tesoro.
©Lucia Boggia
Immagine dal film
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