Eccoci ad un nuovo appuntamento della nostra rubrica mestruale.
In realtà l’argomento di oggi si potrebbe considerare più riguardante la sessualità sacra in generale e l’antico simbolismo connesso alla Dea, che il sangue.
Ma come ho già scritto la volta scorsa, per me il ciclo mestruale è parte integrante del discorso sulla sessualità sacra, poiché la nostra ciclicità è uno dei doni che abbiamo ricevuto in quanto donne e in quanto figlie della terra e della Dea. Di conseguenza è il microcosmo che riflette il macrocosmo e comunque anticamente non esisteva distinzione, ma era tutto parte del medesimo cerchio.
Tuttavia noi oggi siamo abituati a ragionare per compartimenti stagni, così se per caso sconfiniamo da una parte all’altra abbiamo difficoltà a comprendere.
Invece io voglio parlarne all’interno di questa rubrica, proprio perché quello della Porta tra i Mondi è un simbolo molto potente, che influenza anche la nostra narrazione (quella ricevuta e quella che continuiamo a tramandare) di noi stesse. In quanto persone, in quanto donne e in quanto donne che ancora oggi non si sentono autorizzate a vivere una sessualità piena, sana e sacra.
Cos’è questa Porta tra i Mondi?
È la nostra vagina, è la soglia attraverso cui ogni essere vivente passa, per “venire alla luce”: è la soglia che divide il mondo visibile da quello invisibile, è il fulcro di tutti i significati sottesi al simbolo del triangolo pubico che gli antichi popoli utilizzavano.
Perché una vagina? Proprio per quello che abbiamo appena detto: i nostri Antenati diversamente da noi vivevano concretamente attraverso l’esperienza corporea, che per loro aveva un enorme significato che col tempo noi abbiamo perso.
E attraverso la loro esperienza si sono resi conto che effettivamente tutti nascevano da lì: da una vagina.
Il simbolismo legato ai genitali femminili non ha niente a che fare con la perversione sessuale e pornografica da cui oggi siamo sommersi, ma ha una valenza potente e ancestrale che poi si riflette nel culto che Gli Antichi avevano nei confronti della Dea, della Grande Madre.
La Dea non è Dio con gli attributi femminili.
Non è un’Entità trascendente e distaccata, che possiamo raggiungere soltanto a forza di rinunce o con l’aiuto di un intermediario.
Non è un’Entità che crea dall’esterno e da cui restiamo divisi.
La Dea è quella soglia, è il ventre cosmico da cui tutte e tutti veniamo, senza alcuna distinzione: è per questo che Gli Antichi veneravano La Grande Madre, è per questo che ancora oggi si parla di Dea.
Non perché La Dea sia solo per le donne, non perché La Dea sia Il Dio Padre rovesciato che comanda su tutti, ma perché è dalla vagina di una donna che nasciamo tutte e tutti, indistintamente. Senza esclusioni, senza preferenze, senza giudizio e senza discriminazioni di sesso, genere o etnia.
Da qui La Dea, da qui il simbolismo del ventre cosmico che contiene tutto e tutti e della Madre Terra: questa Grande Madre che col tempo è stata sempre più smembrata e martoriata, fino a non essere più riconosciuta dai suoi stessi figli.
La Dea ci contiene, quindi siamo uno con La Dea. Ma allo stesso tempo non ci identifichiamo totalmente con Essa: siamo noi stessi, con una nostra identità, ma allo stesso tempo non separati dalla Dea.
Questo è il principio di non separazione, di cui parla Laura Ghianda in un suo video* e che spiega esattamente il significato di questo ventre cosmico che ci contiene, anche se siamo tutti diversi.
Come una donna gravida è legata al figlio, ma nessuno dei due coincide totalmente con l’altro, così noi che siamo contenuti nel grembo della Dea, siamo noi stessi ma non disgiunti da Essa.
E poiché il suo ventre non disdegna nessuno, in esso trovano posto tutto, tutti e tutte.
Questo è un primo significato.
Il secondo, che oggi è totalmente escluso per vari motivi, è quello della Dea portatrice di morte e di oscurità.
E qui non ci sono dubbi sul perché il simbolismo della Dea Oscura sia stato tagliato fuori: il femminile oscuro, il femminile che si arrabbia, che reclama i propri diritti al patriarcato non piace.
Al massimo, se proprio non si riesce ad estirparlo, lo si demonizza: e quindi ecco che la donna è portatrice di caos e distruzione.
Se con tutto il suo smembramento un’eco dell’antica Dea possiamo comunque ritrovarla nell’odierna venerazione tributata alla Madonna, è pur vero che ciò accade nella misura in cui la sua figura è stata completamente appiattita e asservita al volere del Dio Padre.
Eppure… da qualche parte si sente parlare della “Madonna Nera”, ma di quell’oscurità si è perso totalmente il significato: o viene passato sotto silenzio o viene ridicolizzato o viene demonizzato.
La stessa terra crea e distrugge, porta vita e morte, dona luce nella stagione estiva e pioggia e oscurità in quella invernale: è importante da ricordare, questo.
La Dea non è solo quello che ancora oggi viene veicolato: non è solo fertilità, non è solo Madre, non è solo luce e bellezza.
È anche morte, è distruzione finalizzata alla nuova creazione, è l’oscurità dell’inverno.
Ma tutto questo nessuno ce lo insegna, perché la nostra cultura ci vuole in un solo modo: dobbiamo essere le serve, quelle che accolgono, che sorridono sempre e sono sempre ben disposte.
Fin da piccole ci viene insegnato che non dobbiamo urlare, né arrabbiarci altrimenti siamo brutte;
che non dobbiamo essere tristi o musone altrimenti non piacciamo a nessuno;
che dobbiamo essere sempre sorridenti e obbedienti.
Fin da piccole veniamo soppresse e private della nostra parte oscura. Oscurità che è in ognuno di noi e che trova posto in quel grembo cosmico di cui stiamo parlando.
Ed ecco che allora la vagina, il ventre, il triangolo pubico assume anche un altro significato: quello di soglia di morte e trasformazione.
Tutti veniamo alla luce, passando attraverso quella soglia, e tutti simbolicamente la riattraversiamo nel momento della morte, tornando nella terra.
Se eliminiamo questa patina oscura dal concetto di soglia crolla tutto: l’intero cosmo, l’intera esistenza è un ciclo dove luce e oscurità, vita e morte, sopra e sotto, dentro e fuori sono parte di un unico e infinito processo.
Ogni polarità sfocia in un’altra, in un infinito sfumare di confini e colori, creando una danza che si ripete e che all’interno del ventre cosmico della Dea partecipa del suo stesso processo di creazione, distruzione e rinascita.
Spero di essere riuscita in questo articolo a creare nuovi spunti di riflessione, a gettare nuovi orizzonti e a far spostare lo sguardo oltre il limite che la nostra cultura ci impone: spero che la potenza di questo simbolo possa creare una nuova consapevolezza che sleghi totalmente La Dea dalla narrazione che fin ora ci è stata tramandata e che ci porti a scavare sempre più in profondità, per aiutarci a trovare nuovi e antichi significati per creare nuove narrazioni.
Più giuste e veritiere.
Per questo ho inserito questo articolo nella rubrica mestruale: riappropriandoci della nostra Porta tra i Mondi e rivendicandone il reale significato, possiamo compiere un primo passo verso la riappropriazione del nostro potere.

©Lucia Boggia

Opera di Monica Sjöö, Sheela na Gig, 1978