Ho iniziato a scrivere questo “miniromanzo” nel dicembre del 2023, dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin. 

Dopo il primo capitolo, però, mi sono arenata. Finalmente sono riuscita a finire il secondo, iniziato tra l’altro dopo i due femminicidi di Ilaria Sula e Sara Campanella.

Vi lascio il link del primo capitolo, così da riprendere il filo.

Voci fantasma – Capitolo Primo – Il tunnel

-È stato orribile… non ne potevo più del loro odore di alcol e sudore… mi hanno colpita, picchiata, tappato la bocca, stretto la gola… stavo quasi soffocando.
Ovviamente… quando mi sono decisa a denunciare, mi hanno fatto intendere che la colpa era mia: dovevo oppormi e dovevo denunciare subito. Sai… quando aspetti, per loro sei colpevole, più di quanto non pensino già. Sei colpevole prima, durante e dopo.

I suoi occhi scuri mi fissano intensamente: comprende il mio dolore, lo ha vissuto sulla sua pelle…
Perché tanta ingiustizia? Chissà se ha sofferto o se è morta subito… chissà come sta la sua famiglia… distrutta, come la mia…
E poi tutti a generalizzare il dolore, dicendo che entrambe le famiglie sono distrutte e devastate, ma fateci il piacere!
Sento le sue lacrime scendere, come fossero le mie. Sono le mie, le sue, le nostre… quelle di tutte.
Ancora non ci lasciano in pace, ancora non hanno capito.
No. Hanno capito benissimo. Ma non vogliono. È troppo comodo avere le schiave, le vittime, gli oggetti sessuali, i beni di consumo.
Questo siamo: beni di consumo. Poi, quando non serviamo più o ci ribelliamo, veniamo buttate via.

-Mi dispiace… anche per me è stato orribile. Mi ha pedinata, mi ha aspettata e mi ha teso un agguato.
Non mi ero accorta di essere seguita. Solo quando ho sentito il coltello nel mio corpo ho capito. Il primo colpo ha fatto malissimo: è andato a segno, ma non era ancora abbastanza per farmi morire.
Capivo tutto e non potevo fare niente.
Poi è seguito un altro colpo e un enorme dolore. E poi un altro. A quel punto credo di essere morta.

La testa tra le mani, gli occhi aridi e infossati, eppure ancora pieni di lacrime.
Mi alzo di scatto: -Stanno uscendo… guardali, tutti sogghignanti… ma gli faremo vedere noi!

-Quelli sono i tuoi genitori?

No, no! Non chiedermelo, ti prego! Lo so, starai pensando allo strazio che avvolge la tua famiglia, ma io adesso non posso! Se mi distraggo, fallisco e se fallisco quelli la fanno franca!

-So a cosa stai pensando. Non fa niente, è normale… ce la faremo, vedrai. Ma non adesso: dobbiamo prima capire come muoverci e radunare tutte le altre che come noi non hanno più voce.
Non possiamo farci giustizia da sole: dobbiamo cercare le altre.
-Quanto a questo… non sarà difficile. Ne uccidono una al giorno: ogni giorno c’è una di noi abusata, picchiata, martoriata, ammazzata.
E hanno ancora il coraggio di dire che il Patriarcato non esiste.

Ma cos’è? Sembra uno branco di formiche… no, forse è più… uno stuolo, un immenso stuolo di anime…
Anime come noi. Donne, ragazze, bambine. Vittime innocenti del sistema.
Cosa? Vengono verso di noi: possibile che ci abbiano sentite, che abbiano avvertito la nostra presenza?
E più si avvicinano, più sembrano a un tempo inquietanti e benevole: le due prigioni che hanno costruito per noi.
Faccia a faccia, finalmente si fermano. In un unico sospiro aprono la bocca:
-Siamo arrivate.

©Lucia Boggia