Abbiamo parlato di Yule, di cos’è il Solstizio di Inverno e dei suoi insegnamenti sul buio e sulla morte: adesso è il momento di concentrarci sull’altra simbologia di questa festa, ossia la luce.
Il sole è morto, è vero e il buio è giunto al suo culmine, avvolgendo ogni cosa nel suo manto oscuro.
Ma è proprio questa oscurità, è proprio la nostra paura verso il buio e il freddo e verso i pericoli che questi nascondono che accendono in noi il desiderio della luce, del ritorno della vita e del calore: è questa fiamma che andiamo a celebrare, in questo momento così particolare.
La fiamma della speranza, la nostra luce interiore che, più siamo a contatto col buio e con la nostra finitudine, più trova il varco per riaccendersi e donarci un po’ di sollievo.
Come Ungaretti che, nella sua celebre poesia Veglia, scrive:

“Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita”

È così: quando facciamo esperienza della morte, in qualunque modo ciò accada, è lì che si riaccende la scintilla della vita, il nostro desiderio di vivere e di essere al mondo. Con tutte le sue complicazioni, con tutte le emozioni anche difficili che ci tira addosso: in quel momento non importa, perché vogliamo solo che la luce della vita continui a brillare intorno a noi.
Questo è quello che sto sperimentando in questo momento, questo è il significato più profondo che, attraverso la mia quotidianità, sto estrapolando riguardo al Solstizio di Inverno.
Nonostante i dubbi, l’angoscia, la paura e la certezza che ciò che temevo si sarebbe prima o poi verificato, il mio desiderio di luce ha accompagnato i miei giorni: ho decorato l’albero, ho acceso le luci, creato nuovi lavoretti e in tutto questo darmi da fare, in tutte quelle luci brillanti ho compreso il reale significato.
La morte è la vita stessa che cambia, che si “ricicla”, che si trasforma sotto i nostri occhi e prende nuove sembianze. La luce è il riaccendersi della vita, è il sole che riprende il suo corso, dopo tre giorni di stasi nel cielo: è la speranza che tutto ciò che muore, in un modo o nell’altro, torna sempre in superficie. Sotto nuova forma, sotto nuovo nome, in un nuovo corpo.
Lasciando da parte l’usanza del porre i corpi nelle bare, il significato del “Cenere alla cenere” è proprio questo: il corpo torna nella sua dimora, torna nel corpo della terra. E lì si decompone, ma il suo decomporsi non è semplice distruzione: è trasformazione in qualcosa di nuovo, di diverso.
Senza barriere tra se stesso e la terra, il corpo si trasforma liberamente, diventa concime per la nuova vita, fertilizza il terreno, dal quale poi fiorirà nuovamente l’esistenza.
Questo pensiero mi sta aiutando ad affrontare la mia nuova quotidianità.
Che poi sto piangendo per la mia cagnolina e non per un familiare o un essere umano, per me non fa alcuna differenza: l’amore in cui si investe è uguale per tutti.
Ma se invece vogliamo parlare dell’anima e non solo dell’involucro corporeo che l’ha ospitata?
Beh, per quanto mi riguarda, ognuno può credere in ciò che vuole, a seconda del proprio cammino religioso-spirituale e del proprio sentire.
In questo senso la mia opinione conta poco, ma mi sento di dire che anche qui l’esistenza non finisce e che anzi, è solo un nuovo punto di partenza: magari si sosta per un po’ da qualche parte, nel locus amoenus dei poeti latini, prima di tornare nella spirale dell’esistenza terrena.
E dopo aver imparato tutte le lezioni che dovevamo imparare, esistenza dopo esistenza, torniamo ad unirci alla Madre. Nel suo corpo e nel suo spirito.
Questo per dire che, dopo sette anni, ho finalmente compreso il reale e concreto significato del Solstizio di Inverno: la vita è anche morte e la morte è parte integrante della vita, è il principio della vita stessa.
Ma proprio per tale motivo, dopo la morte la vita torna a fiorire. In una spirale senza fine.
Così insegna la natura, così insegna La Dea: dopo l’oscurità torna sempre la luce.
Dopo la morte torna sempre la vita.

©Lucia Boggia

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