Seguendo La Ruota dell’Anno, dopo la celebrazione del solstizio, troviamo Lughnassadh.
Lughnassadh (pronunciato Lùnasa) è la festa del primo raccolto, che I Celti celebravano intorno al primo di agosto, in onore del Dio Lugh: il nome vuol dire infatti “Assemblea di Lugh”.
Lugh era il Dio del sole e della luce, il Dio di tutte le arti: della metallurgia, della musica, della poesia e delle arti marziali.
In molti vi vedono una sorta di doppio complementare di Brigit, essendo Brigit La Dea Barda dell’ispirazione poetica, della luce e delle arti in generale: secondo questo pensiero Brigit sarebbe l’energia che muove l’ispirazione, mentre Lugh sarebbe colui che la attiva e che forgia l’arte.
E non a caso il nome “Lugh” vuol dire “Lucentezza, illuminazione”.
Tuttavia, nonostante io stessa sia partita da un pensiero simile che divide in maniera netta “ciò che è maschile” (forza attiva, decisione, ordine, eccetera…) da “ciò che è femminile” (passività, accoglienza, caos…) credo che sia il momento di lasciare andare questa visione che non solo è limitante, ma che continua a narrare in maniera diversa lo stesso identico schema che ci portiamo dietro da secoli e millenni e che non fa che pensare a noi donne come inferiori e sottomesse.
In più, se tutto ciò avesse davvero senso, dove la metteremmo Brigit La Fabbra, Colei che forgia a forza di martellate?
Da oltre un anno mi sto impegnando, nel quotidiano, ad andare oltre queste narrazioni patriarcali ed io stessa faccio ammenda, perché sono stata la prima a divulgare pensieri del genere.
Tornando alla nostra festa, in origine non era dedicata a Lugh, ma alla sua madre adottiva: Tailtiu.
La storia narra infatti che essendosi affaticata troppo nel preparare i campi irlandesi all’agricoltura, morì sacrificandosi, e così Lugh chiese al popolo di tenere ogni anno una festa in suo onore.
Durante le celebrazioni si accendevano fuochi, si danzava, si banchettava insieme e si ringraziava la terra per i doni che aveva elargito: era un momento importante per la comunità, in cui alla raccolta del grano si univa la gioia dello stare insieme.
Questi riti avevano lo scopo di propiziare l’abbondanza del raccolto, perché da quest’ultimo sarebbe dipesa la sopravvivenza durante i mesi invernali.
Simbolicamente il taglio del grano aveva due significati ben precisi: rappresentava sì l’abbondanza, frutto del lavoro della comunità e dunque la possibilità di sopravvivere durante i mesi invernali, ma esso era anche la morte e l’oscurità che di lì a poco sarebbero sopraggiunte.
La falce che tagliava il grano era anche la falce della morte e del lasciare andare ciò che non poteva essere portato dietro: la falce che lasciava il campo sgombro di ogni cosa.
Ecco perché la mietitura si trasformava in un atto rituale: il grano ricavato dal primo taglio veniva “ucciso”, trasformato e fatto rinascere sotto forma di pane, ma ne veniva conservata comunque una parte, in modo da estrarne i semi per il raccolto successivo.
Una sorta di sacrificio, dunque: necessario, ma anche promessa della sua stessa rinascita.
Questo pane veniva poi cerimonialmente condiviso con la comunità, come ringraziamento.
Dall’ultimo taglio veniva invece ricavata la famosa bambolina di grano: essa veniva confezionata con le spighe di granturco, solitamente con fattezze femminili, e veniva chiamata La Madre del Grano.
Essa veniva portata in processione per il paese o appesa nei fienili.
A volte veniva cosparsa di acqua, per propiziare le piogge, o ancora veniva bruciata per fertilizzare i campi.
Non possiamo non notare in questo assonanze con il rituale della bambolina di Brigit, che proprio come La Madre del Grano, era creata per propiziare il raccolto e la speranza dell’arrivo della bella stagione.
Non a caso nella Ruota dell’Anno Lughnassadh è all’estremo opposto rispetto ad Imbolc: Imbolc è il momento in cui lentamente la terra inizia a svegliarsi, in vista del ritorno del sole, della vita e del nuovo raccolto.
Lugnassadh è invece il momento in cui il sole inizia sempre più a morire, portandoci lentamente verso l’oscurità e verso la fine del raccolto.
È importante tenere a mente queste corrispondenze, se vogliamo comprendere il significato della Ruota a 360°: questo ci insegna che una cosa non è mai solo e pienamente se stessa e non è mai totalmente opposta ad un’altra, ma che in una è presente il germe dell’altra e viceversa.
E se vogliamo, possiamo combinare insieme i temi delle varie feste, per lavorare al meglio su noi stessi e portare gioia e abbondanza nella nostra vita.
Dunque questo è il tempo di prendere la falce e tagliare: riconoscere il frutto del nostro lavoro, ma anche iniziare a capire cosa lasciare andare, per poi ricominciare.

©Lucia Boggia