Ebbene sì: oggi parliamo di discesa, di oscurità, di viaggio negli Inferi.
Perché se da un lato con il Solstizio il sole giunge al suo punto più alto e dunque all’apice del suo potere, dall’altro dopo i tre giorni di stasi comincerà lentamente a morire. Un giorno dopo l’altro.
Come dopo il culmine del buio durante il solstizio d’inverno il sole resta sospeso e dopo tre giorni rinasce, così dopo la sospensione estiva è ora di iniziare lentamente a lasciarci la luce alle spalle, per incamminarci ancora una volta verso la metà oscura dell’anno.
Ed è vero, parlare di buio, di oscurità e di discesa quando ad agosto andiamo al mare può sembrare una follia, ma è proprio così: da adesso in poi dobbiamo iniziare a pensare a cosa portarci dietro, nel nostro viaggio di discesa.
Se con un occhio siamo ancora lì, a godere del nostro successo e a sostare, prima di riprendere il viaggio, con l’altro stiamo già percependo il primo covone del raccolto.
Col corpo stiamo vivendo la magica sospensione del velo, ma proprio per questo siamo più consci della profondità che a breve dovremo affrontare.
Da un alto abbiamo appena terminato il nostro edificio, dall’altro sappiamo che tra poco dovremo cominciare a riscuotere.
Ma questo non sempre ha un effetto positivo: la discesa porta sempre un po’ di timore con sé.
Timore di affrontare la realtà, timore di guardarsi allo specchio e di capire che l’immagine che vediamo riflessa non ci piace o magari nemmeno la riconosciamo, perché finora abbiamo finto di essere qualcun altro.
Potremmo avere paura di restare senza nulla da raccogliere: magari non siamo riusciti a fare ciò che volevamo o dovevamo, per prenderci cura del futuro raccolto e non vogliamo sperimentare la sensazione di aver sprecato tempo e risorse.
O ancora durante il nostro lavoro ci siamo resi conto che siamo cambiati, che la nostra vita attuale non corrisponde più a quella che finora abbiamo percorso, ma abbiamo paura di ammetterlo e di lasciarla andare.
Sì, la sospensione temporale del solstizio può provocare anche questo effetto: sappiamo che il tempo è scaduto e che tra poco dovremo raccogliere e che più di questo non possiamo fare.
Sappiamo che la luce lentamente inizierà ad abbandonarci e l’idea di tornare a fronteggiare le nostre ombre ci spaventa.
Ma è proprio qui che entra in gioco il famoso fuoco di questo sabba, la nostra fiamma interiore: quel potere che possediamo, ma che spesso fingiamo che non esista.
È la nostra fiducia in noi stessi, la nostra luce interiore che ci guida, anche nei momenti più bui della nostra vita: in questa sospensione tra i mondi, nel momento di discesa che segue l’apice della luce, lasciamo che sia la nostra fiamma ad indicarci la via.
Guardiamo il nostro fuoco splendere e attraverso di lui lasciamo emergere le nostre paure, le nostre insicurezze, le nostre ombre: se le mettiamo bene a fuoco, possiamo riuscire a comprenderle.
Il nostro obiettivo non è scacciarle, ma abbracciarle e farle col tempo diventare i nostri punti di forza.
Solo in questo modo capiremo che la vita non è fatta di poli opposti che devono lottare, affinché uno prevalga sull’altro, ma che si nutre di diversità.
Diversità che sfumano le une nelle altre e che sono necessarie, affinché la vita stessa si propaghi.
Solo così capiremo che luce e ombra, sopra e sotto, dentro e fuori non sono polarità in lotta ma semi che si mescolano, affinché nell’uno possa esistere e generarsi l’altro e viceversa.
In una danza d’amore senza fine.
E allora che la nostra fiamma possa splendere sempre e accompagnarci nel nostro viaggio di discesa!
©Lucia Boggia
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