SE NON AVETE VISTO IL FILM E INTENDETE FARLO, LEGGETE L’ARTICOLO DOPO LA VISIONE: RISCHIO SPOILER!

Qualche giorno fa ho visto KPop Demon Hunters: non lo avevo mai sentito nominare, eppure in qualche modo Golden, la canzone ormai famosa del film, risuonava in me… chissà dove l’avevo sentita…
Molti dei significati, in realtà, mi sono rimasti nascosti finché non ci ho riflettuto dopo: sì, dicevo, mi è piaciuto, ma non è poi tutta questa cosa fantastica che ho sentito dire.
Mi sono ricreduta pensandoci.
Alcune cose mi erano già chiare, ma è come la piccola goccia che da sola sembra non avere effetto su niente e poi alla fine scopri che ha scavato in te una voragine: la lotta ai demoni, le cacciatrici, il trio… ho pensato, niente di nuovo… sono cresciuta con Streghe, in fondo…
E neanche la mezza demone che si innamora del demone e che lotta per uscire dalla sua condizione mi era nuova.
Tutto sommato, sì, carino… ma poi?
In realtà anche in Streghe avevo considerato sempre e solo il lato superficiale, contando anche che all’epoca ero una ragazzina. E comunque, nonostante tutto, c’era sempre quella enorme patina di sessualizzazione, anche se l’ho notato dopo tempo.
Qui la questione si diversifica totalmente: il loro lottare contro i demoni è legato alla loro voce e più riescono a cantare, più riescono a far sentire la loro voce al mondo, più i demoni vengono sconfitti, fino ad arrivare alla disfatta totale e definitiva.
Ad uno sguardo molto più attento e ascoltando Golden, mi sono detta: è proprio la mia storia.
I demoni sono le ombre di ognuno/a di noi, sono quei lati di noi di cui ci vergogniamo, magari anche senza motivo: a volte è solo la nostra vera essenza che cerca in tutti i modi di venire fuori, ma che continuiamo a tenere sotto chiave, perché forse così ci hanno insegnato.
Magari chi siamo in realtà alle altre persone non piace, magari hanno cercato fin dall’inizio di scoraggiare quel nostro comportamento, quel nostro talento, quel lato così forte di noi tale da farci apparire invincibili.
Magari lo ha imposto la società, magari per compiacere i desideri altrui abbiamo nascosto noi stesse/i, facendoci così piccole/i da non trovarci nemmeno più.
E più ti fai piccola/o, più la tua voce ti sfugge: ci hai mai pensato?
Hai quel tremendo e costante nodo alla gola, che preme fino a farti male;
se ripeti le lezioni ad alta voce e poi ti si accosta qualcuno, ti ammutolisci;
daresti chissà cosa per inserirti in una conversazione e invece fai la figura di chi se la tira, perché non hai il coraggio di dire una parola.
Se qualcosa non ti va bene, annaspi e alla fine ti compiaci di annegare, pur di non far saltare il tappo del cratere e far eruttare la tua voce.
Sì, la nostra voce è strettamente legata al nostro potere personale, al nostro fuoco interiore e alla nostra capacità di esprimerli: più riusciamo ad accettare e amare noi stesse/i per ciò che siamo e per chi vogliamo essere, nonostante il rischio di non piacere, più quelle ombre vengono alla luce e si amalgamano con essa.
Non le fuggiamo, non si dissolvono perché le reprimiamo: semplicemente si trasformano in qualcosa di diverso e ci aiutano a trasformarci e a diventare chi siamo davvero.
È questo che esprimono il film e la canzone: la nostra capacità di accettarci e di mostrarci al mondo nonostante tutto, anche quando ci dicono di fare il contrario.
Una frase che mi ripeto da anni, quando mi rendo conto che sto ricascando nei vecchi schemi è:

«Nessuno ti accetterà mai per ciò che sei davvero, se non lo fai tu. Se non ti accetti tu, non lo farà mai nessuno al posto tuo.»

Magari chi ci sta intorno non lo fa in malafede, ma è così: solo quando abbiamo il coraggio di essere pienamente e finalmente noi stesse/i, solo quando abbiamo il coraggio di dire al mondo chi siamo, di manifestarci per ciò che siamo e chi vogliamo essere davvero e di gridare al mondo la nostra vera voce… solo allora saremo libere/i da ciò che il mondo pensa di noi.
E solo allora ci sentiremo davvero accettate/i, senza tuttavia restare schiave/i del pensiero altrui.
Questo mi ha ricordato il film, in un momento in cui ancora una volta stavo per mettere da parte il mio vero essere, confinandolo ancora nell’ombra: essere fedele a me stessa e al mio più profondo desiderio.
Manifestare al mondo, ancora una volta, chi sono davvero e chi voglio essere e diventare.
Splendere, gridare al mondo la mia vera voce, manifestare la mia vera identità.
Qualcuno capirà, qualcuno no, ma alla fine chi deve essere felice sono io.
Non è più la ribellione a tutti i costi dell’adolescente o l’elemosinare l’attenzione altrui: è il rendersi conto di far parte ormai di un sistema di pensiero e di una dimensione di vita totalmente diversi e scegliere la propria via, senza per questo puntare il dito o restare confinata nella parte della vittima.
È un prendersi finalmente la Respons-Abilità (Abilità di Rispondere, per citare Laura Ghianda) delle proprie scelte, della propria vita e del proprio sentiero.
È un affrancarsi dalle proprie catene e manifestare il proprio diritto e la propria libertà di agire: solo così si splende, facendo viaggiare per il mondo la propria voce.

Vi lascio con questa meravigliosa canzone, che sono sicura parlerà, in un modo o nell’altro, del viaggio di ognuna/o di noi.

©Lucia Boggia