«COSA… ESSER TU?»

Quante volte me lo sono sentita ripetere, in questi anni?

«Cosa fai? Stai lavorando? Che lavoro fai? Ma tu hai studiato lettere: perché non provi nelle scuole?»

Come se essere una letterata fosse il lasciapassare per l’insegnamento: ancora non è chiaro che insegnare è una VOCAZIONE!
Ed io quella vocazione non ce l’ho: non basta entrare in un’aula, fare la lezioncina, due interrogazioni, qualche compito in classe e mettere due voti sulla base di strane ragioni che tuttora non comprendo.
INSEGNARE NON È QUESTO.
E riallacciandomi al discorso di qualche settimana fa (questo articolo si pone come conclusione di tutto ciò che finora abbiamo detto): la scuola per me dovrebbe essere uno dei pilastri portanti della società, un luogo in cui prima di tutto si conducono le anime lungo il sentiero della loro evoluzione.
È (o dovrebbe essere) il luogo i cui si sviluppano le proprie potenzialità, i propri doni e le proprie intuizioni.
Il luogo in cui la formazione interiore e della propria coscienza viene prima di tutto il resto: che poi si faccia la lezione di storia, matematica o letteratura è a parte.
Se non si insegnano l’amor proprio, il rispetto dei propri confini e di quelli altrui.
Se non si spinge allo sviluppo della propria fiducia e autostima, se non ci si forma come pedagogisti/e innanzitutto, non si potrà mai essere davvero insegnanti.
La parte afferente alla coscienza e alla sua formazione ed evoluzione, per me viene prima del saper mettere insieme due concetti e spiegarli alla lavagna: quest’ultima è la naturale evoluzione di quel primo passo.
Quanti/e cattivi/e insegnanti ci sono stati/e nella vita di ognuno/a di noi?
Quante/i di noi, sono uscite/i dai confini scolastici, senza avere la minima idea di cosa fare nella propria vita?
Io in realtà le idee le avevo molto chiare: volevo scrivere.
L’ho sempre saputo, ma per una sorta di veto silenzioso eppure assordante ho anche sempre saputo di non poterlo fare: di scrittura non si vive, con l’arte non si vive.
Perché viviamo in un mondo che scoraggia ogni tentativo di arte, ogni via diversa da quella che non sia dettata dal profitto di chi sta sopra: il discorso è sempre quello.
Da piccoli/e ci viene continuamente chiesto «Cosa vuoi fare da grande?»
Ma solo dopo tanto tempo ho capito che si tratta di una domanda retorica: non ti premetteranno mai di essere chi vuoi davvero.
Non ti permetteranno mai di fare ciò che realmente desideri.
Perché alla società non interessa.
E anche se con buone intenzioni o per proteggere i propri figli, le famiglie alla fine allineano le proprie aspettative a quelle della società: o si fa così o si fa così.
Ma ormai a quel “grande” ci sono arrivata. E in realtà ci si sono arrivata relativamente da poco: lentamente, con i miei tempi e a piccoli passi.
Ci sono arrivata quando mi sono resa conto che avevo bisogno di prendermi cura di me stessa e di scardinare tutto ciò che non mi stava bene.
Tutte quelle certezze non mie, le catene di cui finora io stessa mi sono resa prigioniera.
Per cui… che male c’è nel seguire i propri desideri?
In realtà è la base di tutto: restare fedeli a se stessi/e e al proprio desiderio più profondo.
Non sentirsi costretti/e a trascinarsi dietro le catene di impossibili aspettative, pur di seguire i desideri altrui e fare felici le altre persone, continuando a rendere infelici se stesse/i.
E qui ci addentriamo nel vivo del discorso, che ha lo scopo di unire tutte le tessere del mosaico e di ciò che abbiamo detto negli articoli precedenti.
In una società che va sempre più alla deriva, in un mondo che preda di continuo i nostri doni per metterli all’asta e venderli a chi non li apprezza e finirà per maltrattarli.
In una società contronatura che ha del tutto spezzato la spirale dei nostri cicli, è tempo di ritrovare la bussola e di ricomporre la frattura tra noi e La Madre, tra noi e la nostra anima.
Quanto meno questo è ciò che io intendo fare. Per me, nella mia vita e nel mio piccolo, e a lungo termine e a lunga gittata, per contribuire in qualche modo a cambiare qualcosa in questo mondo.
Come? Lo scoprirete nella seconda parte!

©Lucia Boggia