E anche tu sei andata… non che ci sia una vena di sollievo, in questo, anzi. Tutt’altro.
Torno a fare incetta di parole, di libri, di pagine sfogliate…
Mi ci voleva questa pausa. Una pausa parziale, sia chiaro: perché in fondo… ho continuato a lavorare, continuo a lavorare.
Ma avevo bisogno di farlo con più calma, prendendomi il giusto tempo, entrando nella giusta dimensione.
E allora cosa c’è di meglio del tempo incantato, inesistente, quasi evanescente e magico di Clarissa Dalloway?
Un turbinio di vita e di emozioni, la scala che sale e scende. Io davvero l’ho sentita.
“L’assolutista” per eccellenza (nel senso che vive per l’assoluto, nell’assoluto), l’essenza della vita e insieme della morte. Del timore della vita e della morte: perché le due cose non si escludono affatto. Anzi, sono la stessa cosa.
E le persone sono la stessa cosa: una si fonde in un’altra, nei pensieri dell’altra, tanto che quasi non li riesci a scindere.
Cosa sta pensando Clarissa e cosa invece sta dicendo Septimus e cosa pensa, il povero Peter Walsh, tornato appena dall’India, sentendosi un fallito, preso in giro da tutto e da tutti?
Non è Clarissa la protagonista, sebbene il titolo dica chiaramente il contrario: è l’essenza umana.
L’essenza della vita e della morte, che sono poi la stessa cosa, che vivono in ognuno di noi.
È stata forse la lettura più intensa e più profonda in cui mi sia mai imbarcata. La più bella… e Septimus, Septimus!
Lo so, lo sapevo già che ti saresti ucciso: l’ho studiato a suo tempo… e l’ho letto nella prefazione.
Ma tu, tu Virginia… Virginia cara… perché mi hai fatto questo?
Nonostante conoscessi già la verità, l’epilogo della storia… nonostante questo, mi hai fatta illudere…
Septimus trova, ritrova la realtà concreta delle cose, torna a vedere, a guardare sua moglie… le dice di sbarazzarsi, in una rosa di carta, di tutti i biglietti, di tutti i suoi vaneggiamenti. Perché adesso vive, sa di vivere e vuole vivere…
Ma quel dannato medico, quell’impostore… per sfuggire alla sua tenaglia… no, ma che succede? Si getta dalla finestra!
Ed io che inizio a piangere. Ma perché?, in fondo lo sapevo già… eppure… l’atmosfera, le pagine piene di una ritrovata risata e gioia di vivere, me lo avevano fatto dimenticare.
Nooooo, no, si era ravveduto! Perché? No!
Ma in fondo Septimus non è altro che l’altra faccia di Clarissa. Una delle infinite, direi.
Le altre sono Richard, Peter… Sally, con cui nemmeno lei sa che tipo di rapporto abbia.
E l’amore, le gioie, le delusioni e i dolori. L’amicizia… nulla di questo si dimentica: tutto rimane dentro di te.
Perché in fondo il tempo non esiste: non è mai esistito. E tu lo hai sempre saputo.
Solo che a volte lo dimentichi.
Inutile gettare via vecchi regali, bloccare le persone del passato… gettarle in un qualche tipo di cantina, chissà dove.
La guarigione non esiste. L’eliminazione dei ricordi non esiste.
Esiste solo il prendersi cura. Di sé, degli altri, delle proprie ferite e vulnerabilità.
E tu puoi tornare indietro quanto vuoi tu e puoi vivere come vuoi tu: sai che la vita è questa e un profumo, una voce, qualsiasi cosa potrà sempre riportarti indietro nel passato e farti tornare nel presente.
Presente a te stessa/o. Alla vita, alla morte, agli altri.
Se non temi la vita, smetti di temere anche la morte. Come Clarissa che, dopo la notizia della morte di uno sconosciuto, nel bel mezzo del suo salone “infestato” e infiocchettato, si ritira in se stessa.
Immagina quel salto, lo vede, lo sente e poi… torna felice: adesso conosce la verità, adesso possiede la chiave.
E forse in fondo, il suo “assolutismo” non è poi tanto sbagliato.
Perché quando torna, quando tutti gli invitati vanno via, lei torna dai suoi affetti.
E Peter finalmente la vede, può parlarle e pensa: “Eccola, era lì”.
©Lucia Boggia
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