Silenzio, quanto silenzio sceso su quella terra di morte…
Non un fiato, non un alito di vita, non il vento a scuotere le cime degli alberi… giacché neanche quelle erano rimaste: tutto, tutto distrutto…
La guerra aveva portato via, strappato via ogni cosa e nulla di vivente, almeno così pareva, grattava la polvere insanguinata del suolo.
Ma lì, nella desolazione più totale, qualcosa si muoveva… la terra sembrava svegliarsi, lentamente e sanguinante, dal suo sonno mortifero.
Tremante una mano allungava le dita, come a cercare qualcosa. Poi un rantolo, un sospiro, un gemito… e ricadde affranta: avevano perso tutto… nulla era rimasto. Forse nemmeno un sopravvissuto. E Haerlyn chissà che fine aveva fatto.
Lo avrebbe ammazzato con le sue stesse mani!
No, non avrebbe avuto senso: dovevano agire diversamente, se volevano cambiare qualcosa.
Riprovò ad alzarsi, seppur ferita e malconcia, ma nessuna ferita sarebbe stata più grande dello scenario avvilente e orribile che le si piantò davanti: tutto… tutto era stato distrutto!
Tutti erano… morti!
Andò in giro, correndo, tastando, cercando di capire se qualcuno fosse sopravvissuto: niente, nessuno! Era rimasta sola… sola contro la guerra, sola contro suo padre.
Sola contro L’Oscuro.
Eppure, si strinse nelle spalle, quanta di quella oscurità aveva ereditato?
Poteva dire, lei, di non essere altrettanto ingiusta, altrettanto cupida, altrettanto… scosse la testa: che senso aveva pensarci? Che senso aveva, quando tutto era stato distrutto?
Come naufraga di una nave, se ne stava lì, a fissare i resti della sua zattera: lo sguardo teso all’orizzonte, a cercare la carezza di quel sole pronto anch’esso a morire.
Eppure… il sole sarebbe tornato. Forse anche loro, un giorno, avrebbero potuto dire lo stesso.
Lasciò che le lacrime sgorgassero liberamente dagli occhi, per poi liberamente fluire sul suo viso, sulla pelle e in ogni piega del suo corpo.
Poi un sospiro, l’ultimo saluto al sole, prima di incamminarsi verso una nuova vita.

E ci siamo… ho scritto quello che dovevo scrivere, quello che avevo pensato di scrivere.
Come? Se ho finito? Beh, che domanda è? Certo che ho finito: un’intera giornata di lavoro… mica è poco!
Sì, come nei romanzi di Joyce o storie del genere, in cui la durata del racconto è del tutto sproporzionata, rispetto a quella della storia raccontata.
Se poi anche questa è una finzione e non ci ho messo realmente una giornata, che differenza fa?
Non so se ho centrato l’obiettivo: volevo ribellarmi.
Allo stato generale di cose, al pensiero come si direbbe oggi Mainstream che fa un certo tipo di cultura, un certo tipo di scrittura.
Ma alla fine… ho fatto comunque di testa mia: volevo provare, volevo vedere cosa si prova a scrivere una di quelle cose che scrivono tutti… perché… se sei fuori dal coro non hai tanto seguito. E non è giusto.
Ma alla fine… perché vendersi? Perché fare ciò che fanno tutti o quasi? Perché seguire quella scia, se il mio “compito” è da sempre stato quello di andare contro quella scia?
Alla fine è stata la storia che ha portato me e non viceversa, come sempre del resto: questa credo che sia la più alta scintilla della scrittura, o comunque dell’ispirazione in generale.
Non sei, non devi essere tu a guidare: quando il fuoco si impadronisce di te, inevitabilmente scompari dalla scena. Deve essere così.
Così, io che avevo pianificato di fingere di scrivere una cosa popolare, alla fine… mi sono servita del “popolare” per fare tutt’altro. E questo tutt’altro non l’ho fatto io, ma il fuoco che arde dentro di me e che illumina ogni giorno i miei passi.
Così, vi ringrazio per essere state e stati con me fino alla fine. E chissà… forse Ferwyn un giorno vedrà una nuova vita!

Vostra… Rebecca Stiles

FINE

©Lucia Boggia