Il labirinto si arrotolava su se stesso, con spire lunghe e intricate: più si avanzava, più diventava fitto, tanto che la giovane sventurata disperava ormai di trovare la via d’uscita.
Aveva ormai perso tutti i suoi preziosi averi: gli ultimi duecento passi erano stati lenti e pieni di terrore e di angoscia.
Un corvo le aveva letteralmente strappato i suoi meravigliosi bracciali dorati, privandola della danza dei suoi amati serpenti, effigiati sul metallo. Le cavigliere, loro gemelle, erano invece state trafugate da una rana apparsa dal nulla.
Totalmente denudata di se stessa e dei suoi amuleti, col corpo pieno di graffi causati dai rami acuminati e rovi sparsi ovunque, era del tutto sicura che quel labirinto sarebbe diventata la sua tomba.
Nemmeno più l’orribile e fastidiosa voce della vecchia le faceva compagnia, anche solo per una strigliata: quello le sarebbe bastato!
Allora le tornò alla mente quella frase: «La Discesa è affar tuo!»
Certo, perché nessuno avrebbe mai potuto compiere quel viaggio al posto suo: la consapevolezza era una cosa molto personale, così come la volontà di discendere negli abissi.
Un atto consapevole e volontario, che nessuno poteva compiere al posto di un’altra persona: sebbene al momento opportuno si rendeva necessario ricercare un aiuto, una guida o una mano pronta a sorreggere nella salita, quella mano sarebbe stata vana, se prima non si fosse arrivati da sé alla risposta.
La scintilla doveva partire dalle proprie profondità. Solo così si innescava l’intero viaggio.
Viaggio che la pellegrina non aveva più voglia di portare avanti.
D’un tratto però le spire sembrarono allargarsi, donando un po’ di respiro alla viandante e al labirinto stesso, che adesso si apriva in una strana vallata.
La donna si fermò, quasi a voler soppesare quei nuovi cambiamenti e significati, e notò una cosa molto particolare: al centro di quella vallata, una serie di linee si intersecavano tra loro, formando il disegno di un labirinto.
«Ovviamente, poteva mai non essere un labirinto? Ma cosa significa?»
«Che hai appena terminato il tuo primo viaggio.» tuonò la voce, e per un attimo sul viso della pellegrina si dipinse un largo sorriso.
Era sollevata di non essere più sola! Poi però si fermò a pensare:
«In che senso “primo”? Non è finita qui?»
«Certo che no! Spogliarti di tutte le tue antiche certezze e viaggiare le labirinto era solo l’inizio: adesso che sei giunta al centro del labirinto devi sostare.
Quei segni sull’erba non sono per il puro piacere estetico: esse rappresentano il tuo centro, il nucleo da cui ripartire, il fondo che finalmente hai raggiunto, prima di risalire.
Ora sarai faccia a faccia con te stessa, con tutte le tue paure, con tutto ciò che devi lasciare andare: vedrai tante cose, la maggior parte delle quali non ti piacerà. Ma è questo lo scopo del viaggio.
Solo quando avrai visto tutto ciò che devi vedere e lo avrai accettato, potrai iniziare il viaggio di ritorno. Fino ad allora… buona permanenza!»
E ancora una volta la voce sparì, lasciandola tutta sola. Ma quasi a voler rendere l’effetto ancora più spettrale, stavolta il vuoto e l’enormità del labirinto le rimandarono l’eco di quella voce.
Ancora e ancora e ancora, finché a un certo punto si spense da sola.
Fu in quel momento che lo vide: dal centro del labirinto disegnato salì una piccola fonte d’acqua, che s’arrestò non appena la giovane si rese conto del fenomeno.
Attirata, quasi ipnotizzata da ciò che stava vedendo, si avvicinò di più, fino a percepire dei sussurri: era l’acqua che la stava chiamando…
La chiamava a ricordare, ad osservare cose da tempo dimenticate, frammenti di se stessa troppo dolorosi su cui soffermarsi e che invece richiedevano la sua attenzione: frammenti che volevano essere guardati. Come in uno specchio.
Ma quello non era uno specchio normale: non appena la donna comprese ciò che avrebbe dovuto fare, e cioè guardare il proprio riflesso nell’acqua, la fonte si richiuse su se stessa, “annegando” la sventurata nelle proprie profondità.

(Continua…)

©Lucia Boggia