Questo racconto è il seguito del precedente
Il torneo
«Tagliatele la testaaaa!»
Le urla della regina si sentivano in ogni dove: voleva a tutti costi la testa di quella ragazzina.
Non sapeva cosa le avesse fatto di preciso, ma ormai aveva deciso: tanta rabbia, tanto rancore, tanto dolore le avevano fatto da corazza in tutto quel tempo e adesso era solo assetata di… di qualcosa…
Doveva urlare, doveva sbraitare, doveva comandare… doveva tenere tutto sotto controllo: quelle rose… ma perché dipingerle? Perché arrabbiarsi se non erano rosse? Perché urlare se erano state dipinte?
Perché non era quello che voleva lei… ma nessuno lo sapeva. Perché mai lo aveva detto.
Perché mai aveva avuto il coraggio di dirlo: sopraffatta dal ricordo cocente di quella lotta alla Sovranità, aveva finito col dimenticare la sua vera volontà e adesso ogni volta che qualcuno le proponeva qualcosa di diverso o cercava di consigliarla… sbraitava.
Forse Alice non le aveva fatto proprio niente, forse era semplicemente piombata nel suo mondo fintamente perfetto, nella sua illusione che pur mediocre era comunque qualcosa… e l’aveva sconvolta.
E sì, un dettaglio è volato via, in questa strana narrazione: come avrebbe potuto, La Regina di Cuori, essere a conoscenza dei più grandi segreti del Codice dei Cavalieri?
Beh, semplicemente… quel Cavaliere era lei: dopo il fallimento, dopo l’umiliazione subita al torneo la folla lo aveva ignorato.
Ma non così il re, che invece lo maledì e lo condannò ad una vita di rabbia e vagabondaggi, alla ricerca del tesoro perduto: chiamò la sua maga più potente e le disse
«Cosa gli farai non è affar mio: ammazzalo, trasformalo in un cinghiale, in uno zerbino… in qualsiasi cosa! Ma fa’ in modo che la sua punizione sia forte, potente e che gli ricordi in eterno il suo fallimento: perché chi non conquista la Sovranità non è degno del titolo di Cavaliere. E nemmeno di quello di essere umano.»
Fece per uscire dalla sua torre, quando tornò indietro:
«Un’altra cosa: assicurati che viva in eterno col senso di colpa, che viva per sempre nel ricordo della sua volgare onta, che dimentichi del tutto la sua persona e che la rabbia verso se stesso e verso gli altri lo consumi fino a farlo scomparire.»
Detto questo scivolò nell’ombra e nulla più si seppe dello sventurato cavaliere, fino a questo momento.
Ma… c’era una possibilità, per La Regina di Cuori, di tornare ad essere la persona che era sempre stata?
O meglio: di tornare ad essere la persona che mai era stata e che mai aveva avuto il coraggio di essere, pur conoscendo nel profondo la sua vera essenza?
Avrebbe avuto il coraggio di dire: no, del vostro fasullo potere, della sovranità e di tutte le vostre dame e regine non mi interessa proprio niente?
Sarebbe riuscita a diventare ciò che era destinata a diventare?
Un essere umano felice, libero da ogni vincolo, da ogni pregiudizio o aspettativa…
Mai avrebbe ammesso di essere così vulnerabile… perché la vulnerabilità non era ammessa a corte: un cavaliere vulnerabile era un cavaliere debole.
Chi mostrava la sua ombra non aveva diritto a dividere la Tavola Rotonda e Il Sacro Graal: chi mostrava la sua ombra era tagliato fuori…
Ma lui la sua ombra l’aveva mostrata eccome… aveva capito, seppur mai ammettendolo realmente, di volere qualcosa di diverso: Il Sacro Graal per lui era un’altra cosa, ma come spiegarlo ad una corte che voleva solo Il Cavaliere Perfetto e senza macchia?
Quanti cavalieri si erano persi, imprigionati nelle terre di Morgana e di altri esseri fatati? Essi erano ormai considerati degli esiliati senza speranza: avevano gettato l’onta sulla corte ed era giusto così.
Ma lui… lei… avrebbe saputo fare ammenda? Non verso gli altri, poiché tutti hanno il sacrosanto diritto e dovere di essere se stessi, ma verso la sua persona…
Questo La Regina di Cuori non avrebbe mai saputo dirlo, e nel bel mezzo del suo urlo rabbioso e delirante, ecco che Alice smise di scappare: di colpo si fermò e si voltò verso La Regina.
«Basta. Ho tollerato fin troppo le tue urla, il tuo fagocitare tutto e tutti, la tua barriera di spine e la tua rabbia… è ora di disfare il castello di carte, è ora che la vernice coli, è ora che le rose restino bianche… è ora di smettere di controllare tutto.
Che tu sia La Regina di Cuori o Il Cavaliere della Giostra… smettila: devi liberarti.»
Dapprima La Regina non seppe cosa stesse accadendo: credeva solo di essere pazza, come tutti in quel mondo, del resto…
Alice fu improvvisamente offuscata da una nube vorticosa che la afferrò, facendola galleggiare in aria, per poi riportarla in terra e dissolversi nel nulla.
La Regina rimase tramortita: la ragazzina si era trasformata in una sorta di essere evanescente, ma stupendo allo stesso tempo.
A tratti si mostrava come una donna bellissima: marmoreo l’incarnato e vestita d’una lunga tunica bianca.
Sulla fronte una falce lunare… il simbolo delle Vergini, delle donne libere che combattevano per affermare il proprio potere e la propria verità.
A tratti era invece quell’essere vaporoso ed evanescente che a prima vista le era apparso.
«Chi sei, tu?»
«Io sono te. Non avere paura: è normale sentirsi smarriti all’inizio, ma ti assicuro che capirai.
La tua vera essenza, il tuo potere è fatto sia di luce che di ombra: la vulnerabilità è il sapere accettare quell’ombra e farne un punto di forza.»
«Ma a corte…»
«La corte non ha idea di chi tu sia, perché tu lo hai sempre nascosto. Sì, Il Codice sarebbe un po’ da rivedere, ma non per questo devi rinunciare al tuo potere, quello vero: il tuo, non quello degli altri. Non quello che gli altri vogliono da te, non quello che gli altri si aspettano che tu conquisti: devi solo accettare la tua ombra e abbracciare il tuo potere.
Se lo farai, sarai anche in grado di mostrarlo agli altri: senza spargimenti di sangue.
È il potere la chiave. La chiave è la fiducia: senza fiducia non c’è potere.
La vulnerabilità è il discrimine e accettare il discrimine ti aiuterà a vivere in equilibrio: vulnerabilità non è debolezza, è l’essenza dell’essere umano.
E debolezza non è l’opposto di forza: bisogna essere molto forti per ammettere le proprie debolezze.
Vulnerabilità vuol dire ferita: e in quanto tali, tutti gli esseri umani sono passibili di ferita.
Nessuno è infallibile, ma essere fallibili non significa essere un fallimento. E che c’è di male, poi, nel fallire? Il fallimento ti permette di crescere e di andare avanti: quando fallisci impari e quando impari diventi più forte, il che non significa che tu non sia più vulnerabile. La vulnerabilità è la condizione di ogni essere vivente, poiché la natura è essa stessa finita e al contempo infinita: tutto passa e tutto si rigenera. Questo vuol dire essere vulnerabili: essere esposti al pericolo, alle insidie, esterne ed interne, alla morte, alle frecce piantate nel cuore o alle spalle.
Eppure, nonostante questo, non sarebbe completa tale vulnerabilità, senza la metà luminosa, senza la risalita, senza la rigenerazione che segue la distruzione. Senza la manifestazione del potere nascosto.»
Ciò detto tacque e svanì nel nulla.
Addormentato, davanti all’antico bersaglio, giaceva Il Cavaliere Errante.
©Lucia Boggia
Febbraio 13, 2024 alle 8:57
Bellissimo
Febbraio 13, 2024 alle 10:31
Grazie!