Eccoci per un nuovo appuntamento pagano: oggi voglio continuare il discorso iniziato ieri su Samhain, sulla Metà Oscura dell’Anno.
Per I Celti Samhain era un momento molto importante, giacché non solo chiudeva un ciclo per aprirne uno nuovo, ma proprio per tutta la questione dell’oscurità già in parte affrontata ieri: Samhain era ed è la terza festa del raccolto.
La prima, come accennato in precedenza, è Lughnassadh che cade il primo agosto e la seconda è l’Equinozio di Autunno.
Con la terza ed ultima festa del raccolto, Gli Antichi si apprestavano a ricevere dalla terra gli ultimi doni, per poi farne scorta e ritirarsi nelle loro abitazioni in vista dell’inverno: oggi è facile avere tutto a propria disposizione, è facile accendere gli interruttori per godere di un po’ di luce, è facile comprare alimenti al supermercato, per quanto negli ultimi tempi le cose siano un po’ cambiate.
Ma la nostra vita non dipende dai raccolti, non dipende dalla sola luce del sole, non è più così strettamente legata alla natura come quella dei nostri Antenati. E mi verrebbe anche da dire, per certi versi, purtroppo.
Dunque l’appressarsi della metà oscura, del buio, del freddo, dell’impossibilità di coltivare e di raccogliere rappresentava un vero pericolo, una vera ansia per chi ci ha preceduti: era normale che i nostri Antenati cercassero in qualche modo di propiziare il ciclo a venire e il nuovo raccolto e celebrassero anche l’oscurità come parte integrante delle loro vite.
Ieri abbiamo detto che in fondo l’oscurità non è altro che il principio di una nuova luce: ciò che Gli Antichi andavano a celebrare e ad onorare era appunto questa Soglia. La Soglia, il Velo tra i mondi che in questo momento dell’anno si credeva diventasse più sottile, fino a permettere ai due mondi di comunicare.
Il mondo dei vivi e quello dei morti, ma anche in generale il mondo visibile e quello invisibile: invisibili non sono solo le anime dei trapassati, ma tutti Gli Spiriti.
Lo spirito della Natura, il nostro mondo inconscio ed interiore.
Ecco allora che l’oscurità fisica che cala sulla terra diventa anche metafora e simbolo di un’oscurità diversa: la nostra oscurità.
Un’oscurità che non ha niente a che fare con ciò che i detrattori della moderna Halloween dicono o pensano che sia: oscuro è ciò che non si vede, ciò che è invisibile all’occhio fisico e in questo caso all’occhio umano.
Oscuro è ciò che è rivolto all’interno e che per essere visto occorre che sia scavato e riportato in superficie.
Tutto ciò che è parte integrante di noi e che pure rifiutiamo di accettare: i nostri lati scomodi, le nostre ferite, tutto ciò che non ci fa stare bene, le nostre vulnerabilità. La nostra Ombra.
L’ombra di cui tanto abbiamo paura e che fa male solo se ci rifiutiamo di accettarla come parte di noi: se prendiamo l’immagine vista ieri non è difficile applicarla anche a questo caso.
Noi siamo sia luce che oscurità: niente è tutto solo nero o tutto solo bianco. Ma nemmeno grigio: esistono così tante sfumature diverse in noi, che sarebbe impossibile non notarle. E sarebbe un peccato non fermarsi quanto meno ad osservarle per cercare di capirle, comprenderle e accettarle.
Non esiste un polo opposto all’altro, ma tutta una serie di possibilità che scivolano l’una nell’altra e tutte sono parte di noi, della persona che siamo, che siamo stata e che saremo: non saranno tutte belle, ma sono lì. Sono presenti. E ripudiarle o rifiutare di conoscerle non ci porterà da nessuna parte: è importante riconoscere quelle parti e farle nostre.
Perché sono nostre.
È questa l’oscurità celebrata e onorata durante questo sabba: un’oscurità sia fisica che mentale ed emotiva, sia esteriore che interiore.
Un’oscurità sacra, poiché è l’oscurità che tira via il Velo e che ci permette di comunicare col mondo invisibile, con L’Altromondo e con i nostri Antenati.
©Lucia Boggia
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