Eccoci alla seconda parte di questo articolo.
Un articolo che vuole normalizzare le crisi, di qualunque tipo esse siano.
Se avete perso la prima parte, vi lascio il link in fondo, in modo da poterlo recuperare.
Tornando al nostro discorso, focalizzandoci al momento solo sulla parte spirituale, il tarlo che ha generato la mia crisi era: posso vivere La Dea in una maniera diversa da quella che finora ho esperito?, posso concedermi questa “deviazione” dal sentiero celtico e cercare nuove vie?, e se lo faccio sto “tradendo” quella che finora è stata la mia strada, la mia “Dea di riferimento”?, o è più giusto restare dove sono o mescolare tutto in un unico grande e confuso calderone?
Il tutto a un certo punto si è mescolato ad altre questioni personali, fino ad invadere la scrittura: la mia crisi non era una semplice questione di Pantheon e tradizioni, ma una vera e propria messa in discussione del mio modo (ancora molto patriarcale e dicotomico, lo ammetto) di vedere e vivere La Dea. Messa in discussione che avrebbe minato anche tutto quello su cui avevo lavorato per scrivere il mio famoso romanzo, e in quel momento non avevo la minima intenzione di metterci le mani.
Ma ovviamente quando la crisi si innesca non ti chiede il permesso, non aspetta che tu sia pronta/o a digerire tutto quello che ti sta per rivoltare in faccia e continua a lavorare, anche se ne faresti volentieri a meno.
Per semplificarmi le cose ho quindi deciso di concentrarmi sulla parte spirituale, mentre tutti i nodi emotivi e personali in un modo o nell’altro iniziavano comunque a sbrogliarsi: la cosa strana e meravigliosa di questo sentiero è che lavori sempre, anche quando ti illudi di non farlo.
In sordina, nel profondo delle tue radici e delle tue ossa il tuo corpo, la tua mente e la tua essenza lavorano comunque e senza sosta: quando metti in moto il cambiamento, che tu ne sia consapevole o meno, non lo fermi più.
Il punto è che dobbiamo poi educarci e allenarci a cavalcare le sue onde, piuttosto che farcene sommergere. E questo è un lavoro che richiede tantissimo tempo e che non finisce mai.
Tornando alla mia crisi: cosa è successo?
È successo che, limitandoci al Pantheon di riferimento, a un certo punto dalla sola Brigit che ho sempre definito “La Dea del mio cuore”, sono passata a lavorare con Cailleach e poi è subentrata Kerridwen.
Ma se già lavorare a fondo e in maniera seria con una sola Dea è impegnativo, figuriamoci se ce ne sono tre!
In più ho sempre avuto una grande “infatuazione” per Diana, per il suo essere forte e combattiva: La Vergine che reclama i suoi spazi e la sua libertà.
E questa simbologia me l’ha sempre resa molto cara, se non che già agli inizi del mio percorso mi sono posta il problema dell’eclettismo sfrenato, così ho deciso di “dirle addio”.
Ho cercato di coltivare il mio rapporto con Brigit, poi mi sono avventurata nell’oscurità di Cailleach e giusto all’inizio di quella mia famosa crisi, ecco Kerridwen irrompere come una furia, con il suo calderone, la sua ricerca delle erbe e la sua trasformazione inevitabile.
Ma forse adesso capisco che si trattava di un passaggio temporaneo, che doveva prepararmi a ciò che poi sarebbe venuto.
In ogni caso la mia vita spirituale stava diventando troppo affollata, così a un certo punto ho deciso di tagliare corto: sarebbe rimasta solo Brigit e nel frattempo avrei studiato altri testi, per comprendere come lavorare con Lei in ogni suo aspetto.
Già, perché per quanto la nostra mente abbia sempre bisogno di umanizzare tutto, non dimentichiamo che La Dea è Una.
È Mutaforma, dai mille nomi e dai mille volti, ma è sempre Una: una è la sua essenza, perché uno è il suo corpo, quel ventre cosmico dal quale tutte e tutti veniamo.
Certo non tutte le parti del suo corpo sono uguali, così è normale che Lei che è Una, che è pura energia, che non può essere contenuta in nessun modo, assuma delle sfumature diverse a seconda del luogo in cui si vive o della tradizione che si sceglie di seguire.
Questo fa di Lei una Mutaforma che al contempo ha un’unica essenza: La vedremo sempre decadere e morire nell’oscurità;
La vedremo sempre come La Mater Terribilis che reclama la sua ascia, perché senza distruzione non può esserci rigenerazione;
sarà sempre la morte silente dell’inverno e il lento risveglio della Fanciulla;
La scorgeremo nell’esplosione della vita in primavera e della maturità della Madre in estate, nelle sue acque sacre e nelle messi dorate;
e di nuovo La vedremo nelle foglie cadenti dell’autunno.
È sempre Lei: Una, Mutaforma e Molteplice.
E comunque non è detto che Le si debba per forza dare un volto, un nome o seguire una tradizione.
Era questo che stavo un po’ perdendo di vista. Così, restando legata al suo volto celtico, ho deciso al contempo di iniziare a sperimentare in maniera un po’ più personale tutti i suoi aspetti lungo l’intera Ruota dell’Anno, cercando di creare una mia Ruota basata sugli Archetipi di Brigit di cui ero riuscita ad avere un effettivo riscontro.
E stava iniziando a funzionare, se non che un nodo ancora doveva essere sciolto… quale?
Lo vedremo la prossima volta!
©Lucia Boggia
1 Pingback