Ho comprato questo libro un paio di anni fa, ma ancora non mi ero decisa a leggerlo: adesso, complice anche il periodo stagionale che stiamo vivendo, ho pensato che fosse il momento giusto.
L’oscurità che cala sulla terra, gli spiriti che vagano in cerca del loro cammino e tutta l’atmosfera spettrale che contraddistingue l’odierna Halloween: quale storia migliore di quella di uno “scienziato pazzo”, che sfidando ogni limite dona la vita alla “materia inanimata”?
Il fatto è che, se non si conosce il libro, si giunge alla sua lettura totalmente plasmati da tutto ciò che ormai è diventato il mito di Frankenstein, a cominciare dal solito fraintendimento: Frankenstein è il creatore e la creatura è semplicemente definita così: “la creatura”/ “il mostro”/ “il demonio”.
Per non parlare dell’immagine di questo “non-morto” o “morto vivente” che vaga seminando ovunque morte e distruzione: tutto ciò che si è consolidato nell’immaginario popolare (il mio compreso) non è che una minima parte dell’intera storia e forse non ha nemmeno nulla a che fare con ciò che il libro racconta veramente.
Per quanto non si possa restare indifferenti all’immane sciagura di Frankenstein, per quanto nemmeno si possa giustificare la sua creatura per tutto il male che gli infligge, resta comunque questa, la creatura, la figura più colpita.
È “il demonio” colui di cui avere compassione, colui con cui simpatizzare e di cui avere pietà: come tutti gli esseri viventi su questa terra, non ha certo chiesto lui di nascere e non è certo colpa sua se fisicamente è un “totale abominio”.
Non è colpa sua se la gente, invece di guardare nel profondo e cogliere la sua vera natura, si ferma alla superficie, fuggendo e urlando inorridita o colpendolo con forconi e mandandolo via.
Lui vuole solo un posto nel mondo: anela a trovare la gioia e il calore dell’amore e dell’amicizia, cose che invece gli sono negate.
Perché diverso, perché giudicato maligno senza nemmeno avere una possibilità. Perché mandato via e picchiato.
Se nemmeno il suo creatore lo ama e lo apprezza così com’è e fugge via inorridito;
se persino lui lo giudica un demonio, un abominio, un mostro da distruggere… come può confidare nella benevolenza altrui?
E così si chiude al mondo e a se stesso, annegando prima nell’infelicità e poi nella rabbia più accesa e sentimenti di vendetta ormai lo guidano, affinché il suo perfido creatore che lo ha respinto sia giustamente punito.
Nemmeno il conforto di una compagna, di una sua simile con cui passare l’esistenza: la fiamma del bene e dell’amore si sarebbe riaccesa e lui avrebbe lasciato in pace l’orrendo mondo degli esseri umani.
Ma neanche così Frankenstein si fa piegare: non si fida del mostro che ha creato e teme che donandogli una compagna in tutto uguale a lui, possa generare una nuova specie di demoni in grado di distruggere l’essere umano.
Cosa che, mi verrebbe da dire, non sarebbe poi tanto male a questo punto.
Le persone giudicate “cattive” sono semplicemente persone infelici, che sperano e si illudono di eliminare o alleggerire la propria infelicità distruggendo le vite altrui.
Con questo non sono certo da giustificare, ma se potessimo pensare a loro in questo modo, riusciremmo forse a provare un po’ di compassione.
La creatura di Frankenstein è una creatura infelice. Infelice perché diversa.
E in quanto diversa genera terrore e dunque è incompresa, disprezzata, odiata, mandata via.
Perché, come succede oggi, le persone che incontra non sono capaci di rapportarsi a qualcosa di diverso da se stesse: o sei come me o sei sbagliato/cattivo eccetera.
Lo stesso discorso fatto sull’ottica duale oppositiva: se pensiamo di vivere su di una linea retta con due poli opposti, va da sé che o si è un estremo o l’altro.
E questo è il pensiero che sta alla base di tutte le guerre, le intolleranze e le violenze.
La creatura di Frankenstein è vittima della violenza, dell’intolleranza e dell’odio.
Solo che, invece di rinunciare e andare via, non avendo altri aiuti decide di farsi giustizia da sola.
E sì, ci si immedesima per un po’ nel suo creatore che perde tutto: la felicità, l’amore e la famiglia.
Ma per me la vera vittima resta sempre lei.
Lei, che alla fine racconta del suo perenne rimorso e del suo dolore;
lei che piange quasi ululando, vedendo il corpo senza vita del suo creatore;
lei, che fatta giustizia scompare, aspettando l’ora della sua morte.
Più che per la creatura in sé, queste pagine mi hanno fatto percepire l’atmosfera di Samhain per il tema dei morti e degli spiriti, più volte evocato nella parte finale dell’opera: Frankenstein che al cimitero avverte la presenza dei suoi cari, o che nella sua ricerca del “demonio” afferma di essere guidato da “spiriti benefattori”.
Ma la classica immagine dello zombie assassino io non sono riuscita a vederla… perché la vera vittima era lui.
La vera vittima era la creatura.

©Lucia Boggia