Abbiamo visto che nelle antiche società matriarcali il sangue mestruale era considerato sacro: le donne lasciavano ogni incombenza e si ritiravano nella Tenda Rossa, dove donavano il loro sangue alla terra.
Come segno di gratitudine, come scambio di vita e di energia.
Con la demonizzazione che ha subito il sangue, questa tradizione si è persa; tuttavia negli ultimi tempi essa è stata ripresa e adattata alle esigenze della vita moderna, ed è nato il rituale del “Piantare la luna”: come le nostre Antenate facevano fluire il loro sangue direttamente nella terra, per fertilizzarla, così noi oggi possiamo donare il nostro sangue alle piante.
Se abbiamo un giardino o anche delle piante da balcone, invece di gettare il nostro sangue nella spazzatura, come ci hanno insegnato, a piccole dosi possiamo diluirlo con l’acqua e usarlo in modo diverso.
Il sangue mestruale è un vero e proprio fertilizzante naturale, ricco di sostanze nutritive e, contrariamente alle leggende popolari distorte che ancora circolano, fa tutt’altro che uccidere le piante.
Le cose che si dicono sul sangue che contamina tutto ciò che tocca, sono state inventate quando col patriarcato l’antica saggezza femminile è stata del tutto estromessa non solo dalla società in generale, ma da ogni luogo di potere e da ogni ambiente che in realtà è stato da sempre legato a tale saggezza.
Ad esempio la spiritualità: le donne dell’antichità sono sempre state medichesse, sagge, sacerdotesse, donne che divinavano e che conoscevano i rimedi medicamentosi.
Con l’avvento delle religioni patriarcali le donne sono scomparse e con esse le sacerdotesse, le levatrici, le tessitrici di musica, le guaritrici.
Al loro posto sono subentrati gli uomini: sacerdoti, medici che hanno bollato i rimedi naturali come fasulli e che si sono dedicati a quella che per loro è la “vera medicina”, studiosi e… udite, udite!, ginecologi!
Come se una donna non conoscesse la saggezza del suo corpo e dovesse farsela spiegare da un uomo.
Cosa che oggi, per l’ignoranza e l’isolamento nei quali siamo state confinate, purtroppo è vera.
Non siamo più a contatto con noi stesse, non conosciamo più i nostri ritmi e la nostra ciclicità, non rispettiamo più i nostri tempi e siamo state persuase ad odiare il nostro sangue.
Ma c’è un modo con il quale iniziare a tornare in noi stesse e nella nostra natura: prendere quel sangue e donarlo.
Anche se non siamo totalmente a contatto con la terra, come lo erano le nostre antenate, dare il nostro sangue alle piante può lentamente ristabilire quella connessione: può renderci consapevoli della ricchezza del nostro dono e del fatto che non è sempre stato come ce lo hanno raccontato e come ancora ce lo raccontano.
Può aiutarci a comprendere che esiste tutto un mondo di significati, di misteri e di abbondanza nella nostra saggezza ancestrale: tutto ciò che dobbiamo fare è un atto di fede.
Tornare a credere nel nostro potere, nella saggezza del nostro corpo. Perché non l’abbiamo affatto persa: dobbiamo solo impegnarci e scavare per ritrovarla da qualche parte dentro di noi.
Se vogliamo davvero che qualcosa cambi, dobbiamo cominciare noi a cambiare: basta con queste narrazioni che ci vogliono isolate e disconnesse da noi stesse.
Iniziamo a fare caso, a prestare attenzione al nostro sangue. Ad ascoltarlo.
Perché lui è lì che ci parla, lo ha sempre fatto. Anche quando non ascoltavamo: pazientemente ha atteso il momento di essere liberato.
E il momento è adesso: basta subire, basta nasconderci. Basta fingere che tutto questo ci stia bene, basta fingere di essere altre da chi siamo veramente: riprendiamoci la nostra saggezza e il nostro posto nel mondo.
Un posto che ci spetta di diritto, un posto che abbiamo sempre occupato, prima degli ultimi due millenni, e che ci hanno fatto credere che non sia mai esistito.
Riprendiamoci il nostro sangue, offriamolo alla terra come dono e come ringraziamento.
Torniamo a piantare la luna.

©Lucia Boggia