Cos’è il matriarcato?
Cosa significa vivere in una società matriarcale e quali sono i “miti” da sfatare?
Ce lo spiega Stefania Renda nel suo libro Il matriarcato, all’origine le madri? Un viaggio dal paleolitico alle società contemporanee.
Già, perché a dispetto di ciò che oggi si pensa… società diverse dalla nostra, società in cui non vi sono violenze, guerre e in cui è assente la violenza di genere… esistono.
Semplicemente nessuno tiene a farcelo sapere, così si tende a ridicolizzare e a negare qualsiasi traccia delle suddette società, che sia nel passato o ai nostri giorni.
Cosa dire, innanzitutto?
Sfatiamo quella che è forse la leggenda popolare più famosa: il matriarcato NON È il patriarcato al contrario.
Non si fonda sul dominio delle donne nei confronti degli uomini e delle altre specie viventi, bensì sulla pace e sull’armonia tra i generi e tra le persone e gli altri esseri della terra.
Non si fonda sulla guerra, né sulla violenza, tantomeno sullo sfruttamento della natura e sulla sottomissione degli animali.
Ecco perché i detrattori di queste società dicono che non esistono e non sono mai esistite: cercano seguendo un’errata lente di lettura, dando per scontato che se il patriarcato è guerra, violenza e sopraffazione automaticamente il matriarcato ne sia il doppio opposto e complementare.
Non è così.
I matriarcati sopravvissuti ancora oggi si basano sul concetto di pace e di cooperazione: le donne e le madri sono al centro, è vero, ma non nel senso che avrebbe secondo la lettura patriarcale.
Partiamo dalla parola: secondo le fonti riportate da Stefania Renda, Matriarcato contiene al suo interno un termine chiave, la parola Archè, che vuol dire “origine”.
Dunque Matriarcato non come dominio delle donne sugli uomini e sulla terra, ma come società che mette al centro le donne come origine, principio: della vita, della pace e dell’armonia.
Contrariamente invece alla lunga lista di “termini” che possiamo tirare fuori dalla parola Patriarcato: dominio, violenza, guerra, sopraffazione, sfruttamento, vessazione, schiavitù.
Schiavitù delle donne, degli animali che subiscono continui esperimenti a costo della vita, schiavitù della terra che è sempre più torturata e violata, come carne da macello.
Prostituzione, stupri, femminicidi, pedofilia, povertà, disoccupazione, eccetera… la lista è ancora lunga, ma era giusto per fare qualche esempio.
I popoli matriarcali sono popoli di pace, che basano la loro cultura e la loro vita sul principio di armonia e di cooperazione e di totale assenza di disuguaglianze di genere: sono popoli che hanno mantenuto nel tempo e non senza difficoltà, il contatto con la natura e con la ciclicità delle stagioni e della vita stessa.
Sono popoli prevalentemente agricoli, anche se alcuni di essi cominciano a vivere anche di turismo.
Seguono una discendenza matrilineare e sono organizzati in matriclan, nei quali vivono (con delle eccezioni) per tutta la vita: se contraggono matrimonio ognuno resta nella dimora del proprio matriclan oppure vivono secondo il “matrimonio itinerante”, ossia il marito non è formalmente legato alla famiglia della moglie e vive con lei di notte e la mattina torna dalla propria famiglia.
Inoltre se i due hanno figli, il marito non ha doveri nei loro confronti: può sviluppare affetto, ma facendo parte del matriclan, è il fratello della moglie che fa da “padre sociale”.
Se divorziano il marito non è tenuto a passare soldi alla moglie e ai figli, poiché a sostenerli c’è il loro matriclan.
In gran parte le donne si occupano delle problematiche all’interno della famiglia (cosa molto diversa dalla donna prigioniera del focolare domestico, inventata dal patriarcato), mentre gli uomini si occupano di quelle sociali, ma lo fanno sempre a nome dell’intero matriclan (quindi a nome delle madri e delle donne) e comunque nessuna decisione viene mai presa, finché non si arriva al consenso unanime.
Essendo “discendenti” degli antichi popoli che l’archeologa Marija Gimbutas ha definito “civiltà della Dea”, queste società matriarcali sono dedite al culto di una o più divinità femminili, seguendo il principio della Madre Cosmica: la natura vista appunto come Madre e come principio creativo e rigenerativo.
Principio da cui prende le mosse anche l’intero calderone di quella che oggi è chiamata spiritualità neopagana o spiritualità della Dea.
Da una Madre Cosmica che genera e dona nutrimento, ma che è anche dispensatrice di morte in vista di una rinascita;
dal ciclo della terra che principia e muore, per poi ricominciare, ecco spiegato anche il senso di quest’Archè di cui le madri e le donne sono portatrici.
Da qui, inserendo anche qualche riflessione personale, l’assenza di violenza e di violenza di genere.
Da qui una società in cui la cura, l’accoglienza e il senso del “materno” non sono un fatto biologico confinato nell’essere donne, ma un modo di vivere di cui si fregiano anche gli uomini.
Da qui una società in cui non esiste nemmeno un termine con cui tradurre la parola “stupro”, perché il fenomeno non esiste.
E prima di dire che non è vero, prima di manifestarsi disincantate/i… perché non documentarsi?
È quello che sto facendo io, sebbene qualcosina già la sapessi, ma quanto ancora ho da imparare!
Per iniziare questo viaggio, il libro di Stefania Renda è perfetto: poche pagine, ma dense e intense, pregne di significato. Un viaggio che partendo dal Paleolitico ci porta alle odierne società matriarcali dei Khasi (India nord-orientale), dei Mosuo (sud-ovest della Cina), dei Minangkabau (Isola di Sumatra) e altri.
Un’ultima riflessione, prima di chiudere: se questi popoli davvero esistono;
se una possibilità di cambiare il nostro modo di vivere e la nostra società è viva e dobbiamo solo ricercarla con attenzione e afferrarla;
se un mondo diverso, senza guerre, senza violenza e in cui le donne possano ritrovare il loro valore e il loro potere è possibile… perché non lavorare perché tutto ciò avvenga?
Io ci credo e voglio che accada.
©Lucia Boggia
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