La fune mi portava sempre più giù.
Una fune fatta di luce, splendente, bianca. Abbagliante.
Un filo che dal centro si dipanava sempre più in basso: il viaggio era iniziato.
Era sempre così, ormai lo sapevo: scendevo, scendevo, nei cunicoli, nella terra.
Solo che solitamente era una radice a portarmi: una lunga, forte e solida radice che poi diventava sempre più folta e sempre più ramificata.
Adesso la luce aveva scelto di accompagnarmi. Perché in fondo, quale via migliore della luce, nel buio che si apprestava a diventare sempre più pesto?
La caverna era lì: Ella mi aspettava, come sempre.
Ma stavolta, nonostante non vedessi l’ora di incontrarla, una sorta di timore mi teneva incollata sulla soglia: la mia torcia tra le mani, un lungo fusto dipinto di nero, con una cavità in cima che ospitava una lunga e carnosa, folta fiamma.
Ed Ella mi accolse:
«Entra, non avere paura. Entra, non temere. Non avere paura.»
Continuava a ripetere. Ed io allora avanzai, avanzai verso quel vecchio pozzo ormai a me così familiare.
«Devi alimentare il fuoco. Non dubitare, vai avanti. Devi crederci. Devi credere.
Ricorda chi sei.»
E tante scene, ormai offuscate, mi salirono agli occhi. Alcune del mio passato.
E allora mi accoccolai tra le sue braccia.
Non voglio, non voglio tornare. Mai più. Voglio restare qui, tra le tue amorevoli braccia, sul tuo petto oscuro, sul tuo nero manto così rassicurante. Non voglio più tornare.
Questi e altri erano i miei pensieri in quel momento, e tutti mi offuscavano la mente, mentre l’unica cosa che desideravo era restare lì, su quel terreno morbido e nero, in quel ventre caldo.
Ma Ella, indovinando i miei pensieri, disse:
«Puoi restare tutto il tempo che vuoi, ma devi tornare.
Ricorda chi sei, ricorda chi sei.»
E allora compresi: era ora di andare.
La Madre mi aveva accolta tra le sue braccia, mi aveva ristorata e mi aveva donato gli insegnamenti necessari: adesso dovevo tornare.
E così feci la strada a ritroso e mi feci avvolgere da quella luce: quel filo di luce abbagliante che ormai, diversa, mi riportò a casa.
©Lucia Boggia
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