Ma la storia deve davvero andare così?
Quanti cambiamenti, quante trasformazioni può subire una storia, mentre la si scrive, mentre la si racconta, mentre si cerca di darle forma e significato?
Sono degna, io, di raccontare questa storia? Ho il diritto di immischiarmi nella vicenda di queste persone, di questi personaggi e scandagliarne l’intera vita e le emozioni?
Sono sicura di fare la cosa giusta, di agire con le giuste intenzioni?
È giusto che il protagonista passi da rigorosamente uomo a rigorosamente donna?
È lecito il capovolgimento? E quanto oltre si può spingere?
Sono sicura di stare agendo per il meglio, di seguire la pista giusta? O sto facendo come vedo sempre più: il maschile diventa semplicemente il femminile?
Ricordo la prima ispirazione, o meglio la seconda: in un moto di ripicca e consapevolezza, il protagonista maschio era improvvisamente diventato una giovane donna.
I guerrieri sono diventate guerriere. Ad un primo sguardo: una comunità di sole donne. Poi mi è stato fatto notare: ma dove sono gli uomini?
E dunque ecco: neanche io sono immune dall’epidemia della guerra tra i sessi.
Della guerra tra gli opposti. Della guerra in generale, generata dal pensiero dicotomico.
E se si andasse oltre?
Lo so: magari adesso vorreste leggere come sta andando tra Filinbar e il suo re… e come è possibile che Il Re degli Elfi Bianchi sia anche Il Signore Oscuro?
E Ferwyn è riuscita a liberarsi dalle sue catene?
Cosa sta facendo, in questo stesso istante, La Resistenza?
Tutte domande lecite, sicuramente. Ma a che servono, se non so ancora rispondere alla domanda più importante?

Lo stridio era ancora palpabile, nell’aria, come un qualcosa di concreto, solido, con una forma ben definita.
Chissà cosa stavano costruendo quegli schiavi: sarebbe diventata come loro?
No. Anche gli schiavi erano tutti uomini.
Aveva proprio ragione chi diceva che loro erano le oppresse tra gli oppressi: a loro non avrebbero certo riservato una sorte così clemente. In fondo… avevano i loro privilegi e l’unica tortura che subivano era quella di costruire macchine da guerra per il loro padrone.
Se lei era ancora viva, probabilmente era solo perché era La Figlia di Haerlyn: a qualcosa le sarebbe servito il suo titolo. Di certo serviva a chi la teneva prigioniera.
Ma doveva liberarsi e non aveva tempo da perdere.
Gli occhi erano stati liberati, ma la bocca, le mani e i piedi ancora no: come avrebbe fatto?
Concentrati, concentrati… ancora più curva su se stessa, l’invisibile laser le usciva dagli occhi, cercando man mano di disintegrare il bavaglio che ancora la soffocava: sarebbe stata viva ancora per poco!
Il lembo cominciava a sciogliersi, finalmente: lentamente, con una lentezza che rischiava di farla morire, in un modo o nell’altro.
Ma Ferwyn vedeva quel lembo disintegrarsi sempre di più: si sfilacciava, si logorava, bruciava sotto il suo sguardo insistente e furioso, finché…
«Fatto!» e uno sbuffo che era insieme un sospiro e un voler prendere quando più ossigeno possibile, venne fuori dalla sua bocca e dai suoi polmoni…
Si accasciò contro la parete fredda della caverna: esausta, chiuse gli occhi per qualche secondo.
Poi il buio ancora l’avvolse.

(Continua…)

©Lucia Boggia