L’ultima sfida era quasi alle porte: due soli cavalieri erano rimasti… cosa fare?
Non mollare, mai. Anche quando La Giostra si faceva dura, anche quando sarebbe stato impossibile credere di farcela. Mai, mai, mai mollare.
Era quello che gli era sempre stato insegnato, dopotutto: Il Codice dei Cavalieri.
Il vero valore di un cavaliere si vede da questo, no?
Dimostrare, dimostrare di valere o non sei nessuno.
E pur di dimostrare ti spacchi la schiena, magari per un trofeo al quale nemmeno tieni, ma ti è stato detto che è per quello che si combatte: i cavalieri fanno questo.
O combattono per una dama o combattono per il regno, il che è la stessa identica cosa: la dama ti concede la Sovranità e la Sovranità ti concede il Regno.
E il Regno ti concede il Potere.
Ma siamo sicuri che sia vero? Di quale potere stiamo parlando?
Perché, che tu sia cavaliere di nascita o per elezione, non sei tu a scegliere: ti viene imposto di scegliere quel potere. Non il tuo in particolare, ma quello. E basta.
Non chiedetemi come mi chiamo, né da dove vengo: sono il Cavaliere Errante rinchiuso in ognuno di voi… e qui inizia la mia storia.
Se la sto raccontando o sto solo pensando a voce alta, non so dirlo, ma è così: questa è la mia storia, la lotta per la Sovranità. E se non conquisti il cuore o quantomeno la vanità di una bella dama, e non di una qualunque, ma della regina… non potrai mai conquistare la Sovranità. E dunque non potrai mai conquistare il Regno, tantomeno il Potere: chi vorrebbe mai un re impotente a governare?
Impotente sotto tutti i punti di vista: la nascita di un erede è fondamentale per il regno.
Ma io… quale erede potrei o dovrei mai avere? Quale erede avrei mai potuto generare?
Non lo so, ma fatto sta che questa è la mia storia…
Il cavaliere non ne poteva più: era stremato, esausto e a malapena si manteneva in piedi.
Ma doveva continuare: così era scritto, così diceva Il Codice. O sarebbe stato tacciato per sempre di codardia, vigliaccheria e disonore ed esiliato per sempre dalla corte.
Due soli cavalieri erano rimasti: lui… e il suo sfidante.
Colui che più di tutti agognava alla regina e alla Sovranità che, tramite questa, avrebbe conquistato: spavaldo se ne andava in giro, camminando come se la vittoria l’avesse già ottenuta.
Lo sguardo sicuro, beffardo e altezzoso, fissava l’Errante con disprezzo e perfidia: una lama sibilante che l’altro poteva sentire trapassargli il corpo, tanto era affilata.
Poteva toccare con mano il suo artiglio pungente, poteva ascoltarne il sibilo percuotere l’aria, come una staffilata che resta viva nella memoria… finché un grido non sovrastò ogni cosa:
«Che l’ultima prova abbia inizio!»
Il tronfio cavaliere lanciò uno sguardo sottile all’avversario, poi cambiò bersaglio: una saetta invisibile attraversò lo spazio, conficcandosi dritta nell’ultimo cerchio.
Un centro perfetto.
La folla si alzò per acclamare: certamente lui avrebbe vinto il regno, perché chi meglio e più di lui avrebbe potuto conquistare la regina?
Al cenno convenuto la folla zittì e toccò allo sventurato: sarebbe stato all’altezza del Grande Cavaliere venuto prima di lui?
E perché poi avrebbe dovuto fare lo stesso?
Perché avrebbe dovuto lottare, gareggiare per un potere che non era il suo?
Perché dimostrare di valere qualcosa, se il qualcosa per cui lottava non era ciò che avrebbe voluto?
Perché ottenere una dama, per ottenere un regno, per ottenere il potere?
Il potere era già dentro di lui, ma non era il potere che la corte voleva da lui. E così, essendo in possesso di un potere considerato sbagliato, a poco a poco aveva cominciato ad oscurarlo. Ed essendosi ormai convinto che l’unico potere legittimo fosse la lotta alla Sovranità, sapeva di non poterla conquistare… perché se non lo desideri, come lo realizzi?
L’arco gli tremava tra le mani, gocce di sudore colavano a picco dalla fronte sul naso, sul viso e gli oscuravano la vista… quanto di più orribile possa capitare: perdere la vista…
Anche solo per un attimo, ma è quello che decide se vinci o perdi, se vivi o muori.
La folla iniziò a fischiare e ad insultarlo:
«Torna a casa, sei un buon a nulla! Via, vogliamo il vincitore!»
Allora lo sventurato crollò: lasciò che l’arco gli scivolasse dalle mani tremanti e sfinito s’accasciò al suolo…
La freccia del suo avversario ancora era fissa nel bersaglio, e beffarda gli ricordava il suo misero e folle fallimento.
©Lucia Boggia
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