ALLARME SPOILER: SE NON HAI VISTO IL FILM, LEGGI QUESTO ARTICOLO IN UN SECONDO MOMENTO!

La settimana scorsa sono andata a vedere Odissea, e devo dire che ci ho messo un po’ per metabolizzarlo.
Con tutto il polverone che il pubblico ha alzato, ero partita con l’idea di non avere idee in proposito: una tabula rasa.
Eppure, nonostante l’abbia letta nel lontano 2009 e quindi alcuni dettagli li avessi proprio rimossi, tutta la prima parte l’ho effettivamente guardata con gli occhi di una letterata purista: Ulisse è troppo “moscio” e nella realtà dei fatti non gli è mai importato di niente.
Ha messo a ferro e fuoco un’intera città, è andato in giro a sedurre fanciulle per poi abbandonarle, ha tradito la moglie che è rimasta a casa come una scema ad aspettarlo.
Anche la scena di Polifemo è rivisitata, la parte alla corte dei Feaci e il personaggio di Nausicaa sono stati rimossi e Calipso diventa la Dea buona che trattiene Ulisse soltanto per aiutarlo, attraverso un viaggio di visioni, a ritrovare la strada di casa.
Tuttavia già negli ultimi minuti dell’intervallo, ho cominciato a pensare: ma davvero voglio che tutto sia raccontato com’è sempre stato raccontato?
Davvero preferisco un Ulisse rozzo, che pensa solo alla guerra e a se stesso, ad uno che attraverso il suo viaggio iniziatico, si pente di tutto ciò che ha fatto, si ravvede e cerca una via diversa dalla distruzione?
Davvero preferisco che una donna venga raccontata solo come carne da macello, come un oggetto da usare e poi dimenticare?
Davvero non trasformerei una ninfa possessiva in una Dea, uno Spirito Guida che conduce l’altra persona all’incontro con se stessa?
Davvero negherei a Penelope l’arte della stratega, relegandola, come ha sempre fatto l’interpretazione patriarcale, al ruolo di moglie ubbidiente e fedele, che aspetta esasperata, mentre il marito va a letto con chiunque?
Io, che ultimamente non faccio altro che parlare di demolire le vecchie narrazioni, per crearne di nuove?
I miti nascono dal basso: siamo noi che li creiamo.
E a parte il fatto che tuttora non sia possibile dimostrare l’effettiva esistenza storica di Omero e che di fatto si è (quasi) “concluso” che la sola Iliade possa ascriversi alla sua mano, che male c’è nel riprendere una storia e farla propria, adattandola alle esigenze di un’umanità sicuramente diversa da quella di tremila anni fa, ma anche da quella di dieci e venti anni fa?
L’umanità evolve, e con essa evolvono i suoi bisogni, la lingua e le narrazioni attraverso cui portare avanti la propria storia.
Se il mondo continua ad andare alla deriva, è proprio perché ci ostiniamo a volerlo guardare con le stesse lenti di decenni, secoli e millenni fa, quando ormai la nostra società è completamente cambiata. O comunque cerca, nonostante le repressioni, di cambiare per evolversi.
E allora ben vengano interpretazioni come questa, ben vengano nuovi significati e nuove sfumature, ben vengano nuove narrazioni, anche inventate dal nulla di sana pianta.
Ben venga un Matt Damon che guarda, quasi piangendo, la torre di Troia cadere al suolo.
La fine di un mondo che si spera aprirà l’inizio di uno nuovo.
E cosa avviene in questo mondo nuovo?
La prospettiva è ribaltata: Ulisse non è l’eroe sfrontato, arrogante e dal multiforme ingegno che ci viene raccontato da oltre duemila anni.
Non è solo colui che decreta la fine di un’intera civiltà, creando un finto dono per il nemico.
È anche un uomo legato alla sua famiglia e che in realtà non vuole partire per la guerra.
È un re, certo, ma è anche un soldato che si vede costretto a fare ciò che fanno tutti. E non è detto che gli piaccia.
Una volta in guerra, sopravvive come può, ma poi… si rende conto di ciò che ha fatto e il suo quasi interminabile viaggio, in realtà diventa il viaggio di una coscienza.
Tutte/i abbiamo, almeno una volta nella vita, compiuto un viaggio simile: vogliamo distogliere l’attenzione da ciò che ci succede, da ciò che abbiamo fatto o anche da ciò che non abbiamo fatto e che avremmo potuto fare.
Vogliamo ritardare quanto più possibile l’incontro con la verità, con il nostro specchio, con noi stesse/i.
Con la nostra più profonda coscienza: è questo che rappresentano Atena e Calipso.
Sono quella parte profonda di noi che non vogliamo vedere e di cui, tuttavia, abbiamo bisogno.
Ma questa può benissimo essere solo la mia interpretazione: magari non era questo che Nolan voleva rappresentare.
Continuando su questo tema, un episodio molto interessante è quello delle sirene, dove in realtà il regista è tornato un po’ a quello che è l’originario significato del mito.
Tralasciando il fatto che, inizialmente, le sirene erano rappresentate come mezze donne e mezze uccelli e che solo dopo a questa interpretazione si è accostata quella che tutte/i conosciamo, il ruolo delle sirene è proprio quello descritto nel film: tirarci nei nostri abissi più profondi, farci smarrire nel nostro “io”, tra le nostre ombre e farci prendere coscienza di noi stesse/i, per poi farci riemergere.
Quindi il fatto che Ulisse si sia fatto legare, ma senza proteggere le orecchie, non è l’arroganza dell’eroe che deve dimostrare di essere il migliore, ma la presa di coscienza di un uomo che ha capito che qualcosa non va e cerca una strada, un aiuto per tornare sulla via.
Credo che oggi più che mai, in un mondo traviato dalla guerra e dalla violenza, abbiamo bisogno di più interpretazioni simili, di più racconti che ci mostrino la futilità della guerra e tutti i danni che comporta.
Perché continuiamo a creare giornate di memoria, a farci la bocca bella quando conviene, ma poi perseveriamo nel finanziare armi, nel far scoppiare bombe ovunque sentiamo che i nostri capricci non sono assecondati, nell’uccidere come se fossimo i soli padroni di chissà quale grande civiltà.
In questo sì, incarniamo perfettamente la hybris di tantissimi eroi (?) descritti dalle più grandi epopee.
Ci si attacca alla purezza del testo, senza pensare che lo stesso testo non è la storia originale, ma una interpretazione.
Una interpretazione in cui sono mescolati alcuni fatti reali, una versione particolare di come questi fatti siano avvenuti, leggende antiche esistenti da molto prima dei due poemi (e sicuramente trasformate esse stesse, ogni volta che venivano cantate da qualcuno), la propria personale visione del mondo e un bel po’ di mitologia.
Se poi, come abbiamo detto, nulla di storico si può accertare su Omero e addirittura sembra che l’Odissea non l’abbia neanche scritta lui, tutto il discorso sulla fedeltà all’opera va a farsi friggere.
E le traduzioni? Anche quelle sono una interpretazione: il solo fatto di tras-mutare una lingua in un’altra, è già un fenomeno che da un essere ci conduce ad un qualcosa di totalmente diverso.
Se anche Omero fosse esistito veramente, se anche avesse scritto lui l’Odissea, se anche fosse stato un testo originale e senza interpolazioni… oggi noi non leggiamo quello che davvero fu scritto.
L’Odissea di Pindemonte è la visione che Pindemonte aveva dell’Odissea.
E se anche conosciamo il greco e traduciamo l’intero testo il più fedelmente possibile, ciò che ci restituirà la nostra lingua, non sarà mai comunque ciò che realmente fu scritto, anche perché sarà filtrato dalla nostra lente personale.
Se invece di attaccarci alle solite frasi “È sempre stato così, si è sempre fatto così, l’originale non era così”, iniziassimo a comprendere che è più che vitale oggi, nel mondo in cui viviamo, creare nuove narrazioni o rinarrare quelle che già conosciamo, trattenendo comunque ciò che di valido hanno da offrire, probabilmente le cose inizierebbero a cambiare.
Questo è l’insegnamento che personalmente ho tratto da Odissea: nonostante mi sia incamminata verso una nuova via, non è detto che non possa inciampare.
L’importante è rialzarsi e continuare a camminare le proprie parole.

©Lucia Boggia