Signora che ami Golgi e Idalio
e l’alta Erice, Afrodite che giochi con l’oro,
come è bello Adone, che le Ore ti hanno condotto dall’eternamente fluente Acheronte
nel dodicesimo mese; le Ore dal passo delicato,
le care Ore, lentissime tra gli dèi, ma desiderate
esse giungono agli uomini, recando sempre qualcosa.
Cipride Dionea, tu Berenice rendesti immortale
(così si racconta tra gli uomini), ambrosia
stillando nel seno di lei;
e rendendoti grazie, o dea dai molti nomi e dai molti templi,
la figlia di Berenice, simile a Elena,
Arsinoe, Adone vezzeggia con ogni specie di bei doni.
Vicino a lui stanno i frutti di stagione,
e i teneri giardini custoditi nei canestri
d’argento, e gli aurei alabastri di unguento di Siria.
E i cibi che le donne preparano sul tagliere,
mescolando fiori di ogni genere con la bianca farina,
e quelli che si fanno con dolce miele e nel liquido olio,
tutto è qui, in forma di uccelli e di animali.
Verdi pergole son qui preparate, cariche
di tenero aneto; e sopra volteggiano gli Amorini,
come su un albero di ramo in ramo svolazzano
gli usignoletti, provando le ali che crescono.
O ebano, o oro, o aquile di bianco avorio.
Che al Cronide Zeus portate il fanciullo coppiere!
Sopra stanno tappeti purpurei, «più morbidi del sonno»
dirà Mileto, e il pastore di Samo.
Un altro letto è apprestato per il bell’Adone:
un letto è per Cipride, l’altro è per Adone braccia di rosa.
Diciotto o diciannove anni ha lo sposo;
non punge il suo bacio; attorno al labbro ha ancora la bionda peluria.
Ora Cipride goda, avendo il suo sposo;
all’alba, nella rugiada, noi in folla porteremo lui
presso le onde spumeggianti sulla riva;
e sciolta la chioma, lasciata cadere la veste sulle caviglie,
col seni scoperto intoneremo un canto melodioso.
Tu solo dei semidei, Adone diletto, qui vieni.
si dice, e nell’Acheronte; non ebbero questo Agamennone,
né Aiace, l’eroe dall’ira tremenda,
né Ettore, il maggiore dei venti figli di Ecuba,
né Patroclo, né Pirro tornato da Troia,
e neppure i Lapiti e Deucalioni più antichi,
né o Pelopidi, e i Pelasgi signori di Argo.
Ma tu sii propizio, Adone diletto, adesso e nell’anno che viene; con nostra letizia
sei venuto ora, Adone, e quando tornerai, caro a noi verrai.
Immagine di RGM ripresa da https://it.postposmo.com/Afrodita/
I versi riportati (che sono solo una parte dell’idillio) descrivono i festeggiamenti delle Adonia, celebrazioni in onore di Adone, giovane amante di Afrodite.
Si dice che sia Afrodite che Persefone fossero innamorate di lui, così Zeus decretò che egli vivesse quattro mesi sulla terra con Afrodite, quattro negli Inferi con Persefone e per gli altri quattro avrebbe scelto lui stesso. E la scelta cadde ancora su Afrodite.
Le Adonia si celebravano tra la primavera e l’estate e rappresentavano da una parte l’unione tra i due amanti, dopo il ritorno di lui dagli Inferi, e dall’altro la morte stessa di Adone che si preparava a tornare nell’Oltretomba.
In una lunga processione venivano trasportate le immagini della Dea e del suo amante e poi venivano creati i giardini di Adone, vasi in cui le piantine venivano lasciate al sole cocente fino ad essiccarsi, così come erano fiorite.
Dunque alla parte vivifica e feconda seguiva la morte, accompagnata da canti e lamenti.
Potremmo quindi descrivere le Adonia come metafora della stessa ciclicità della vita e della natura: siamo in continuo movimento e come la natura muta, cresce, si spoglia e si rigenera, così noi mutiamo, ci evolviamo e moriamo, per poi rinascere.
La mia fonte sulle Adonia è il preziosissimo libro di Maya Vassallo Di Florio, Afrodite Svelata
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