Oggi mi riallaccio a ciò che ho scritto nel precedente articolo sul manifestare noi stesse/i al mondo e seguire il nostro vero desiderio. (Se lo avete perso, trovate il link in fondo alla pagina)
Cos’è che ci impedisce di essere pienamente chi siamo o chi vogliamo essere?
Come scritto più volte, viviamo in una società che esalta l’annullamento di sé e l’abnegazione: essere una persona, un/a cittadino/a, un/a figlio/a modello vuol dire in qualche modo mettere da parte i propri bisogni per accogliere quelli altrui.
Vuol dire mettere da parte la propria persona, le proprie esigenze per assolvere un determinato compito e rientrare in una specifica casella, fuori dalla quale non si può essere più nulla.
Siamo completamente etichettate/i, svuotate/i del nostro vero “senso”, del nostro vero io in vista e in virtù di un modello che ci vuole tutte/i uguali e obbedienti verso chi governa la nostra vita.
È una società piramidale, in cui i pochi che sono al vertice hanno potere su chi si trova ai gradini più bassi: ecco la logica dello scontro, della violenza e della prevaricazione di cui abbiamo più volte parlato.
In questo tipo di società gli esseri umani predano e sfruttano la natura e gli animali;
tra gli stessi esseri umani, i più ricchi e prepotenti predano chi è ai margini;
sfruttano e deridono chi è diverso, chi non è parte della loro etnia, chi non professa lo stesso credo religioso o spirituale;
gli uomini opprimono le donne e fanno a gara a chi fa esplodere più bombe.
La via di ognuna/o di noi è già scelta fin da prima della nascita: come dobbiamo chiamarci, a quale credo dobbiamo conformarci, come dobbiamo vestirci, chi dobbiamo amare, quali inclinazioni prediligere, quali studi o professioni seguire…
Magari qualcuno vuole diventare un artista, ma il padre è avvocato, il nonno è stato avvocato e così… o correrà il rischio di essere diseredato o molto più probabilmente appenderà il pennello al chiodo, per stringersi in un vestito che detesta.
Lo stesso nell’ambito medico: tante persone che si sentono costrette a intraprendere questo percorso, per non deludere le aspettative della famiglia.
O c’è chi, per non rimanere in mezzo a una strada e per non essere considerata/o nullafacente, accetta la prima cosa che viene, senza nemmeno chiedersi se gli/le piaccia o no e se il suo disamore nei confronti della professione possa ledere le persone con cui verrà a contatto.
Quanti medici o operatori privi di empatia incontriamo, che trattano male i/le pazienti?
Quanti pseudo insegnanti, convinti che basti fare una lezioncina, rovinano gli studenti?
E poi si arriva agli orrendi commenti sotto post di ogni genere, in cui si dice che il compito di educare è della famiglia e non della scuola.
Il mio modesto parere è che non sia così: la scuola dovrebbe essere una delle principali istituzioni educative.
E per educative non intendo ciò che si intende adesso: reprimere e punire, per fare in modo che le persone obbediscano e stiano zitte e buone nel loro angolino.
Questo è il sistema a cui siamo state/i abituate/i e che ci è stato tramandato dai nostri genitori, nonni e bisnonni: un sistema basato sul terrore, sull’umiliazione dell’errore e sulla punizione.
Un sistema che di certo non ha niente a che fare con il significato etimologico del termine “educare”: dal latino e-ducere, ossia “condurre fuori”.
Cosa? Le nostre migliori qualità in quanto esseri umani.
E come le si conducono fuori queste qualità?
Incitando le future generazioni a seguire le proprie inclinazioni, i propri desideri e i propri doni.
Non certo costringendole a lezioni frontali, su una sedia, tra quattro mura fin dall’infanzia, quando invece dovrebbero correre e studiare all’aperto, orientate a valori quali il rispetto e l’armonia.
Non certo facendole sentire sempre sotto ricatto, come se sbagliare un problema fosse una questione di vita o di morte, o punendole perché si è fatta una chiacchiera di troppo.
Non certo reprimendo le vere qualità e i doni, tutti diversi, che ognuna/o può portare.
E qui mi riallaccio ai discorsi fatti qualche mese fa: seguire i propri desideri, cosa significa diventare adulti/e, “lavorare” nel senso di orientare la propria volontà verso la realizzazione dei propri desideri (e non come fatica) e la differenza tra economia dello scambio ed economia del dono.
Potrebbero sembrare temi del tutto slegati tra loro, ma in realtà sono fili che, tessuti insieme, vanno a creare lo stesso arazzo: la possibilità di generare un paradigma completamente diverso.
In una società come la nostra, così come l’ho appena descritta, il fondamento non può che essere l’economia dello scambio: io ti do una cosa, per ricevere qualcosa in cambio.
Che ne siamo consapevoli o no, che lo facciamo o meno in buona fede, è così: abbiamo imparato che se ci comportiamo “bene”, siamo meritevoli di amore e attenzione.
Viceversa ci attiriamo solo cose brutte.
Se qualcuno ci fa un torto, pensiamo subito ad “Occhio per occhio, dente per dente”: ciò che accade nelle guerre, che si basano proprio su questo principio.
Persino se voglio sopravvivere devo dare qualcosa in cambio: prima c’era il baratto, il pagamento in natura (i potenti ancora usano abbondantemente questo sistema: pensiamo anche solo al ricatto sessuale).
Adesso c’è il denaro, ma devo sempre dare qualcosa, per ottenere ciò di cui ho bisogno: oggi tutto è a pagamento, anche la salute!
E se non hai i soldi, puoi anche morire e a nessuno interessa.
Va da sé che, se voglio appunto sopravvivere, in questa società devo per forza ammazzarmi di fatica (non di lavoro), facendo una cosa che non mi piace e che finirò per odiare, per avere anche solo il minimo necessario.
Nell’economia del dono, come sappiamo, tutto questo non esiste: i beni vengono distribuiti secondo necessità, ognuno/a ha ciò di cui ha bisogno e i doni che ognuna/o ha per contribuire al benessere della società non vengono predati, per poi essere messi all’asta, così come si fa da noi.
In una simile comunità un/a medico/a non si sognerebbe mai di fare qualcosa che non ha niente a che fare col suo dono, perché avrebbe la possibilità di farlo;
un/a sacerdote/ssa vivrebbe del suo dono, perché saprebbe che qualcun altro provvederebbe alle sue necessità;
una persona incline alla creatività e all’agire cultura (come direbbe Maya Vassallo Di Florio) in ogni sua forma (arte, musica, scrittura, filosofia, eccetera) porterebbe bellezza nel suo villaggio, senza dover pensare al «non posso permettermelo, rinuncio e faccio altro.»
Non sarebbe bello se potessimo farlo anche noi?
Perché non iniziare, piano e a piccoli passi, a lanciare un seme?
Chi avverte in sé questa spinta, chi ne ha la possibilità e vuole iniziare a cambiare qualcosa in questo mondo, potrebbe muovere i primi passi verso questa direzione.
Mi rendo conto che proprio perché viviamo in una società in cui paghiamo anche l’aria che respiriamo, sembra un’impresa impossibile o solo per poche persone privilegiate.
Ma se mai cominciamo, mai vedremo questo cambiamento.
Qualunque sia il tuo dono, non rinunciarci: coltivalo, magari inizialmente alternandolo ad un’altra fonte di guadagno, se non ti senti sicura/o.
Non rinunciare. Cammina, cammina e continua a camminare.
Finché, quando non ne avrai più bisogno o ti sentirai sicura/o del cambiamento che vuoi portare, potrai del tutto lasciare andare la fatica camuffata da lavoro e concentrare le tue energie su ciò che davvero desideri.
Lentamente, poco per volta, sii come quella goccia che scava la voragine: non fermarti, crea la vita che vuoi realmente vivere, il mondo che vuoi che altre persone vivano dopo di te.
Sii l’anello che spezza la catena, abbraccia la tua missione di vita.

©Lucia Boggia

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