Il tintinnio si faceva sempre più forte e più vicino: era un suono strano, stridulo e a un tempo melodioso, qualcosa come il rumore di una grotta di ghiaccio.
I piedi affondavano nella distesa gelata, rossi e feriti, ma non importava: doveva scoprire l’origine di quel suono, la radice di quel tarlo che ormai non le dava più pace.
Una melodia d’altri tempi, quando si danzava nei grandi saloni ottocenteschi o quando, vestiti di semplici drappi, si andava in giro tra grotte sconosciute.
Un labirinto di ghiaccio, di immagini, di pensieri e ricordi d’altre vite, d’altre esistenze.
Il respiro usciva a fiotti di fumo dalla bocca: quanti gradi c’erano, lì fuori?
Neppure il suo corpo pungolato da migliaia di rovi sapeva dirlo: rovi sì, perché il freddo pungente era sempre più una distesa di spine. E lei aveva deciso rotolarcisi dentro, anima e corpo.
Non avrebbe avuto pace, finché non fosse giunta alla sorgente.
Alla sorgente di cosa?
Scrollò le spalle: non sapeva dirlo.
Sapeva solo che quel suono che veniva da lontano le tamburellava ormai nelle orecchie, nelle tempie, in tutto il cervello e in tutto il suo essere: doveva assolutamente scoprire.
La tempesta di neve si avvicinava: l’avevano detto che sarebbe arrivata, solo che non ci aveva creduto.
Si morse le labbra viola per il freddo, avvolgendosi le braccia intorno al corpo, desiderosa di calore: eppure si era ben equipaggiata per quella missione.
Ma la verità era che non si era mai equipaggiati abbastanza, per una missione simile.
Da tempo conosceva la sua verità, il suo desiderio.
Da tempo rincorreva la sua volontà.
Ma era questo il punto: sebbene avesse già manifestato quella volontà, non l’aveva mai affermata pienamente e una volta per tutte.
Si era sempre lasciata trascinare nella corrente, tra questo e quel senso di colpa, senza mai imboccare la via: era giunto il momento di farlo.
Con le braccia piegate davanti alla faccia e i pugni chiusi a farsi scudo, avanzò nella tormenta: a terra il ghiaccio era scivoloso e più volte rischiò di inciampare, mentre le raffiche di vento e neve le sferzavano il viso a scudisciate.
Le guance erano rosse e graffiate, le dita doloranti, anche se coperte da strati e strati di guanti.
A un certo punto il ghiaccio fremette sotto i suoi piedi, creando una crepa nel sentiero: fece un passo indietro, per evitare di sprofondare negli abissi gelati, ma il ghiaccio cedette anche lì.
Restò muta, col fiato sospeso, ascoltando il crepitare che formava un cerchio intorno a lei e che le imponeva di discendere in quegli abissi, che le piacesse o no.
Un rumore secco la fece cascare nelle acque, che pungevano ancora più della tormenta e del freddo: sopravvivere sarebbe stata un’impresa.
Annaspava, il fiato si ghiacciava in petto e fuori si pietrificava non appena usciva dalla bocca.
Sprofondava e risaliva, senza risultati, quando alla fine, ridotta allo stremo, si lasciò vincere dalla forza delle acque e finì sul fondo.
Lì stette, per alcuni minuti, quando l’acqua formò delle increspature rosse e dorate: qualcosa di indefinito le veniva incontro, ma non riusciva a capire cosa.
Era un sogno? Una visione? Stava diventando pazza?
Ma non ebbe il tempo di rispondersi, perché “la cosa” la prese di peso e la riportò in superficie.
Gli occhi socchiusi e la mente stordita, iniziava ad avvertire qualcosa di diverso, come una specie di calore che le veniva da dentro e che scaldava tutto il resto intorno a lei.
Quando aprì gli occhi, ci mise un po’ per mettere a fuoco le immagini: col viso su una lastra di vetro (o era ghiaccio?) notò una struttura strana, fatta di tanti specchi e sculture di ghiaccio.
Un palazzo di vetro?
Si mise a sedere e gli occhi e la bocca si spalancarono per lo stupore: era un’immensa grotta di ghiaccio!
Con tante gole, rientranze, specchi, stalattiti e stalagmiti!
Immense colonne di ghiaccio che creavano delle vere e proprie sculture!
E mentre osservava stupefatta l’ambiente in cui si trovava, notò che il tintinnio era scomparso: nessun tarlo, nessuna melodia, nessun rumore!
Tutto… tutto era andato via!
D’un tratto però un nuovo tintinnio, sebbene un po’ diverso, fece capolino nella dimora di ghiaccio, accompagnato da uno strano luccichio colorato che creava giochi di luce sulle pareti della grotta.
La donna si voltò e rimase senza parole, non sapeva se per la paura o per lo stupore: un’enorme ed elegante figura avanzava verso di lei.
Qualcosa che somigliava ad un drago, ma la giovane era ancora frastornata, per capire o decidere quale fosse la verità.
Eppure quell’essere aveva le esatte fattezze di un drago e si muoveva, spiraleggiante, nel suo manto rosso-oro: la coda tratteneva e custodiva qualcosa di molto prezioso. Un dono per la sua ospite.
Quando furono occhi negli occhi, il drago liberò il dono dalle sue spire e questo volteggiò a mezz’aria, richiamando l’attenzione della donna: un uovo rosso e dorato, esattamente come i colori indossati dal drago che le aveva salvato la vita.
D’un tratto l’uovo si spaccò in due, inondando di luce l’intera grotta: un immenso fiotto rosso-oro, dal quale la giovane fu travolta e avvolta.
L’energia dorata la sollevò in aria e d’un tratto una voce tuonò:
«Accogli il tuo potere!»
Poi tutto tornò buio e freddo: il drago e il suo uovo erano scomparsi.
Ma la giovane donna era rinata.
Tra le mani un ciondolo color oro che imitava le spire di un drago-serpente: lo voltò e sul retro lesse la scritta
Accogli il tuo potere.
©Lucia Boggia
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