E ci siamo: si avvicina ormai quella che conosciamo come “La Stagione delle Streghe” e tanti ancora sono gli equivoci che ammantano queste figure misteriose.
Chi erano Le Streghe?
Di certo non le vecchie brutte e cattive che ci sono state tramandate dalle narrazioni popolari, dalle fiabe e ancora oggi dai film che pullulano in questo periodo.
Ma allora perché noi continuiamo a narrale in questo modo? Perché da antiche e sacre detentrici del sapere sono diventate le donne che oggi conosciamo?
Ancora adesso, quando si vuole offendere una donna per il suo carattere o per qualsiasi altro motivo, tra le altre cose, si dice «È proprio una strega.»
E lo si fa convinte/i che il termine “strega” abbia un’accezione negativa, che indica una persona cattiva, maligna, in grado di fulminarti con il solo sguardo.
Tralasciando il fatto che non dovremmo andare in giro a sputare sentenze su chi ci troviamo di fronte, in generale definire una donna (perché di certo non è una cosa che si va a dire agli uomini) come “strega”, intendendo per “strega” una persona davvero maligna (o a volte anche solo “fastidiosa”), non solo è un’offesa per tutte le donne che in passato (e tuttora) hanno incarnato questo archetipo e per tutte le vittime che nella distorsione patriarcale hanno pagato con la vita, ma non è nemmeno storicamente corretto.
Noi siamo abituate/i alla solita figura della strega vecchia e brutta, piena di pustole, e cattiva.
Una donna decrepita che bolle misture letali, uccide interi popoli, mangia i bambini e fa morire il raccolto e il bestiame.
Una vecchia vendicativa che ha conti in sospeso con varie persone della sua vita e deve sterminarle tutte dalla prima all’ultima.
O anche se non è vecchia, né brutta è bene comunque starle alla larga, perché prepara pozioni che imprigionano chiunque le bevi: in questo caso si tratta di una donna fiera e dalla bellezza disarmante e questo basta per renderla pericolosa.
Le vere streghe non sono niente di tutto questo: anticamente Le Streghe erano le donne sagge dei villaggi, donne di sapere, donne che conoscevano i segreti della medicina e dell’astrologia.
Erano donne potenti, donne libere, donne che conoscevano i misteri della vita e della morte, in quanto levatrici e custodi della Soglia tra i Mondi. Quella soglia dalla quale tutte/i venivano alla luce e a cui tutte/i tornavano, nel momento in cui morivano.

Erano questi segreti che, più di tutto, spaventavano i nuovi popoli patriarcali, giunti a conquistare le terre in cui La Dea era venerata: i segreti del sangue che portava la vita, i segreti della nascita e quelli della morte.
Tutti segreti la cui porta di accesso era la sessualità.
Ma i popoli patriarcali non volevano che un tale potere fosse concentrato nelle mani di queste donne che, con il loro sapere e la loro antica saggezza, potevano essere indomabili. Così decisero di sottometterle: anche il solo essere bella diventava un pretesto per essere torturata e uccisa.
Una “vera” donna doveva restare sottomessa, non doveva esporsi, non doveva parlare e doveva restare reclusa in casa.
Non doveva dimostrare di sapere, soprattutto non doveva dimostrare di sapere quanto o più di un uomo.
Tutte cose che, a parte qualche piccolo passo avanti, restano tuttora immutate: siamo ormai quasi alla fine del 2025 e ancora troppo lunga è la strada!
Le streghe erano medichesse, coloro che conoscevano i rimedi delle erbe.
Erano anche sacerdotesse e iniziavano le altre donne ai misteri del sangue e della sessualità sacra.
Erano matematiche, astronome, astrologhe.
Erano troppe cose per poter essere tollerate da un mondo che odiava le donne.
E anche le streghe brutte e cattive che si incontrano nelle fiabe, non erano davvero brutte e cattive: impersonavano semplicemente l’aspetto oscuro della Dea, quello che adesso stiamo per incontrare.
Erano delle iniziatrici, coloro che avrebbero portato i personaggi (e dunque le persone destinatarie delle fiabe stesse) a varcare proprio quella Soglia tra i Mondi di cui abbiamo parlato prima: la soglia di una morte simbolica, emotiva, psichica e spirituale, per poter accedere ad una vita altra.
Durante la “Santa” Inquisizione ogni scusa era buona per torturare e uccidere una donna. Donna, prima che strega.
Il raccolto andava a male? Una donna per caso passava di lì e si diceva «È stata lei, è una strega!»
Le greggi morivano? Una “strega” era la causa della loro morte.
E che dire dei bambini e del latte delle mamme reso acido da una strega cattiva e invidiosa?
Eri bella? Di sicuro eri una strega.
Conoscevi i rimedi delle piante? Eri una strega.
Osavi parlare? Come non essere una strega?
Le donne catturate erano torturate così a lungo (e gli strumenti di tortura, guarda caso, erano tutti a sfondo sessuale. Ovviamente si parla di una sessualità perversa e totalmente distorta) che alla fine molte di loro confessavano, anche se erano innocenti.
O per sopravvivere si accusavano a vicenda, dinamica rimasta praticamente intatta e su cui si mantiene l’intero sistema patriarcale, il cui scopo principale (uno dei tanti) è proprio quello di mantenere le donne nemiche delle donne. Perché se siamo divise le une dalle altre, non possiamo fare fronte comune contro il nemico.
Tra le prove di innocenza vi era quella di essere gettata in mare: se per caso sapevi nuotare, eri morta. Perché avevi usato la stregoneria per salvarti.
Se annegavi eri innocente.
Se avevi la sfortuna di ritrovarti un neo nella zona pubica eri finita, perché quello era il marchio di Satana, quello che affermava con certezza che eri una sua “succuba” e concubina e che creavi il male andando a letto con lui.
Di questo si legge, tra l’altro, in un libro tanto ridicolo quanto nefasto: il Malleus Maleficarum, scritto da due frati domenicani, Heinrich Kramer e Jacob Sprenger, con lo scopo di estirpare le antiche credenze pagane dalla Germania.
Migliaia di donne stuprate, torturate, uccise, bruciate e impiccate perché donne.
Perché libere pensatrici.
Perché sapienti.
QUESTE ERANO LE STREGHE: donne sagge a contatto col sacro.
Perciò per favore SMETTIAMO, SMETTIAMO, SMETTIAMO di usare questa parola in senso negativo e dispregiativo.
SMETTIAMO di usare questo appellativo come offesa solo perché una donna ci sta antipatica o perché ci ha fatto un torto.
SMETTIAMO di divulgare false notizie e di ripetere in eterno le stesse identiche narrazioni misogine: si dice sempre che “le battaglie importanti sono altre”, ma io non sono d’accordo.
Perché qualsiasi realtà viene creata a partire dalla parola e dal linguaggio: non a caso uno dei significati attribuiti all’espressione aramaica “Avrah KaDabra” è “Io creerò come parlo”.
Ossia con le nostre parole noi creiamo la nostra realtà.
Ne consegue che, continuando a validare narrazioni di violenza, di scontro, di guerra, di odio, intolleranza e misoginia, continueremo a creare una realtà che rispecchi esattamente questi dis-valori: la realtà in cui oggi viviamo.
Andiamo a scavare nel profondo, cerchiamo i miti reali che sono stati insabbiati in favore della versione violenta e patriarcale che ci hanno insegnato, perché dimenticassimo la verità: riportiamo in vita le storie originarie e riraccontiamole come sono davvero nate.
O se ciò non fosse possibile, doniamo un nuovo significato a ciò che già conosciamo e, meglio ancora, creiamo dei nuovi miti: miti che nutrano l’anima, il corpo, la mente e lo spirito.
Miti che parlino di società pacifiche in cui non esiste sopraffazione, né violenza: società che sono realmente esistite in passato e che ancora resistono in alcune minoranze sparse nel mondo.
E se vogliamo usare la parola strega, facciamolo con consapevolezza.
Per ricordare le nostre antenate, le antiche sagge e tutte le donne morte ingiustamente per la perversione di una società misogina.
Per valorizzare le donne intorno a noi, che a questo punto lo prenderanno come un complimento.
O per rivendicare noi stesse questo titolo meraviglioso: essere strega è una cosa bella.

È il riconoscersi figlia della Dea, figlia della terra.

È tempo di tornare a donare a questa parola il suo vero, autentico e meraviglioso significato.
Quanto a questo, guardando alla sua etimologia, la parola italiana strega deriva dal latino “striga” o “strix”, ossia “civetta”.
E la civetta è un rapace notturno, la cui simbologia è connessa alla chiaroveggenza, alla vista interiore e al mistero, ulteriore conferma del legame tra queste donne e la saggezza della vita e della terra.
Che dunque la civetta ci porti in volo sulle sue ali, mentre gridiamo al vento:
«LUNGA VITA ALLE STREGHE!»

©Lucia Boggia