Ci avviamo lentamente verso la Festa del Primo Raccolto: questo era infatti il tempo in cui, dopo il lavoro di semina e di crescita, i nostri antenati potevano iniziare a raccogliere il primo grano.
Il grano era fondamentale per la creazione del pane e per fare una prima scorta, in vista della fine dell’estate: era un tempo sospeso, in cui si ringraziava la terra per i doni ricevuti, in cui si celebravano l’abbondanza e la gratitudine e in cui allo stesso tempo si iniziava a meditare sull’oscurità che lenta si insinuava tra le pieghe della vita.
A seconda del clima e delle zone ognuno celebrava in un determinato periodo: ad esempio gli antichi Celti delle isole britanniche celebravano la prima festa del raccolto intorno al primo di agosto.
Qui in Italia, data la differenza di clima, si iniziava a raccogliere il grano già dal mese di luglio.
Comunque sia, tuttora questo è un periodo in cui iniziare ad interrogarsi sul proprio raccolto, che sia materiale o personale o ancora spirituale: cosa siamo stati in grado di fare in questi mesi?
Di cosa ci siamo presi cura? Quali progetti abbiamo alimentato? Quali obiettivi siamo riusciti a raggiungere e come?
Quali sono invece i punti da rinforzare e da prendere in considerazione per il futuro?
Dov’è che abbiamo più bisogno di lavorare, la prossima volta? Dov’è che dobbiamo mettere più impegno, per raggiungere il traguardo?
Ecco, queste sono le domande che dobbiamo porci in questo momento: il lavoro che dovevamo fare lo abbiamo fatto, e a parte aggiustare un po’ il tiro o limare dove serve, di più non possiamo.
Come scritto per il sabba precedente: la nostra struttura è ormai finita e noi, quale che sia l’esito, dobbiamo essere pronti ad accoglierla.
Comunque sia andata, che sia un raccolto abbondante o appena abbozzato, non importa: ricordiamoci di ringraziare per ciò che abbiamo ricevuto e meditiamo, se questo è il caso, su come fare di più la prossima volta.
Nonostante il tempo del risposo sia quello invernale, qui ci è concesso prenderci giusto quel momento per osservare il nostro raccolto: sediamoci nel mezzo del campo, osserviamo i nostri covoni, la falce che taglia il grano e pensiamo a quanto lavoro, a quanto impegno ci abbiamo messo per arrivare fin qui.
Non importa se non abbiamo totalmente centrato il bersaglio, se manca ancora un passo o cinque o dieci dal nostro traguardo: conta essere lì, prenderci il tempo per ammirare la nostra opera e accettarla così com’è. Nel bene e nel male.
Accettare noi stessi così come siamo: con i nostri limiti, con tutti gli sforzi che magari non sono ancora sufficienti per arrivare dove vogliamo, ma che ci sono comunque stati e che non saranno vani.
È un tempo di sospensione, che anticipa in sordina il tema dell’assottigliarsi del Velo, tanto caro alla metà oscura e in particolare a Samhain: siamo lì, ancora al lavoro, eppure già proiettati verso una dimensione altra. Non riusciamo ancora a vederla, né a toccarla, ma sappiamo che è presente e che a breve prenderà il sopravvento.
Siamo ormai oltre il tempo solstiziale e lentamente la luce si arrende all’oscurità che pian piano torna: in punta di piedi, farà sempre più capolino nelle nostre vite, fino prendere nuovamente lo scettro, per traghettarci in un nuovo ciclo.
Questa strana dimensione velata di mistero è ben rappresentata nei Tarocchi dall’Arcano del Giudizio: le trombe squillano, le anime in fila attendono il verdetto e comunque sia andata devono accettarlo.
È quello che dobbiamo fare noi: abbracciare il nostro raccolto, accettare ciò che riceviamo in base a ciò che abbiamo seminato in questi mesi e lentamente iniziare a volgerci verso l’oscurità.
Verso la nostra interiorità.
Senza dimenticare di rendere grazie. Perché la gratitudine è il dono più prezioso.
Felice viaggio verso il Tempo del Raccolto.
©Lucia Boggia
Lascia un commento