Tesseva la donna, intenta nel suo incanto: si sapeva quando cominciava, ma non quando finiva.
Era un arazzo ricco di colori, suoni, profumi: l’intero cosmo era nelle sue mani, quelle mani che si muovevano come in una danza fatata.
E il suono della voce aggiungeva melodie lontane, che si perdevano nel tempo: qualcosa di antico che parlava alla coscienza, che scavava in saperi ancestrali.
L’incanto della vita, così lo chiamava.
Ogni giorno sedeva alla sua tela e tesseva, tesseva, tesseva. La vita. La vita del cosmo, la vita delle piccole e grandi cose: la gioia di un profumo, il sostare di un’ape su un fiore, la dolcezza di una nuova alba.
Quello era il suo compito: tessere la tela, affinché ognuno creasse la sua.
Con i tessuti più belli, con i colori più splendenti, con i più vari suoni e profumi. Con la sua propria effigie.
La Signora della Tela o La Tessitrice, così era conosciuta: nessuno sapeva il suo nome, nessuno lo aveva mai chiesto e del resto… un’Incantatrice come lei non lo avrebbe mai spifferato in giro.
I segreti erano segreti per un motivo: il mistero poteva essere svelato solo in alcuni momenti e ad alcune persone.
Altrimenti chiunque poteva metterci le mani sopra.
Ma La Signora della Tela non si curava per niente di questo: il suo compito era tessere.
Un filo e poi un altro e un altro ancora. Una tela grezza e spoglia o un arazzo luminescente: tutto dipendeva dal momento, dall’angolazione, dal punto di vista.
La donna fissò per un attimo la sua opera, poi guardò oltre la finestra trilobata della stanza: il sole moriva all’orizzonte e ancora una volta la tela andava sfilata.
©Lucia Boggia
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