Finalmente mi sono decisa a guardare C’è ancora domani: era nella mia lista da oltre un anno, ma finora non mi sono mai sentita mentalmente ed emotivamente pronta.
Ieri però è finalmente scattata la molla e oggi sono qui per parlarne: se non l’avete ancora guardato e avete intenzione di farlo, probabilmente questo articolo non fa per voi, perché potrei rovinarvi la visione!
Ne hanno detto di tutto e di più: chi l’ha osannato, chi l’ha detestato e chi l’ha criticato per partito preso.
Nonostante l’angoscia che ti accompagna per tutta la durata del film, mi aspettavo che fosse più crudo e violento, invece la violenza agisce più a livello psico-emotivo, che sul piano delle immagini: ho apprezzato molto che la crudezza di alcune situazioni fosse smorzata dalla musica e dal ballo.
Si capisce cosa viva Delia e si partecipa totalmente della sua infelicità e dei soprusi che subisce, ma come già detto, la cosa è quasi del tutto trasferita sul piano mentale ed emotivo.
Nonostante io sia molto impressionabile, l’ho guardato tutto d’un fiato, dall’inizio alla fine: a parte forse i primi dieci minuti, l’ho trovato molto scorrevole e ben fatto.
Tuttavia è vero che sono stata più volte sul punto di interromperlo, per guardarlo in due parti.
Non perché il film sia brutto o pesante, come si potrebbe pensare e come ho appena spiegato, ma proprio perché tutta la pellicola è cadenzata e incalzata, oserei dire, da questa tensione continua che ti porta a sperare che non accada nulla di brutto.
Che ti fa implorare che Delia, una volta girato l’angolo, non si ritrovi il marito di faccia, pronto a darle una bella lezione.
E devo dire che, nonostante lo smarrimento e la delusione iniziali per un finale che mi aspettavo totalmente diverso, il film si chiude con un grande colpo di scena: Paola Cortellesi non è per niente scontata, e dopo aver fatto in modo da farti sentire pedinato e col fiato sul collo, nella speranza che Delia riesca alla fine a sfuggire al suo destino, ti dà il benservito e ti restituisce una chiave di lettura totalmente diversa.
In questo senso il sacrificio di Delia per la famiglia e per la figlia (a cui tra l’altro ha impedito di fare la sua stessa fine, togliendola dalle mani di un uomo violento) non deve essere visto come un semplice immolarsi sull’altare patriarcale del marito-padrone, piuttosto come la speranza di un domani migliore. Forse non tanto per sé, quanto per la figlia stessa.
È il suo appropriarsi della sua vita e della sua capacità decisionale, cosa che vediamo già in quel “rubare” (così dice lei) una parte dei suoi stessi soldi, invece di darli al marito: ricordiamo che la schiavitù economica è uno dei cardini su cui ancora oggi conta il patriarcato, per tenerci nella nostra condizione servile.
Il marito ritiene un suo diritto amministrare i soldi della moglie, poiché considerandola un suo bene di proprietà, tutto ciò che è “di sua moglie” non le appartiene, ma è di proprietà dell’uomo di casa.
Il finale ha in questo modo un risvolto che è a un tempo negativo e positivo: negativo, perché Delia resta confinata nella sua condizione di schiava.
Tuttavia l’aver preso una posizione, l’aver afferrato con i denti quell’attimo e aver difeso la sua libertà di scelta andando a votare, lo rende un epilogo edificante e un po’ meno amaro: finalmente ha la possibilità di dire la sua, quando tutti le hanno sempre intimato il silenzio.
Finalmente esercita il suo diritto di chiedere un mondo più giusto, per lei e soprattutto per sua figlia;
finalmente inizia ad avere il coraggio di fare dei passi, seppur minimi, verso la consapevolezza di sé e della sua condizione.
Condizione in cui versano tutte le donne e in cui ancora oggi ci troviamo. Non solo nel nostro paese, ma in tutto il mondo.
Viene a questo punto da pensare: davvero c’è ancora domani?
Dopo tante lotte, dopo decenni di femminismo e di diritti conquistati, com’è che sembra che invece non ci rimanga mai niente tra le mani?
Davvero c’è ancora domani, davvero possiamo sperare in un domani migliore, se ancora oggi c’è un femminicidio, uno stupro o una violenza al giorno?
Davvero c’è ancora domani, se tuttora 75 coltellate non sono giudicate un segno di crudeltà?
Se ancora oggi si getta fango sulla vittima, dicendo che “Non ha denunciato, ha provocato, era da sola in giro di notte, era vestita troppo scollata o troppo attillata”?
Se ancora oggi è considerato normale essere importunate, fischiate e approcciate, mentre giriamo per strada, facendoci i fatti nostri?
Se quel diritto al voto (così faticosamente conquistato) adesso ci si ritorce contro, perché sono tutti uguali e pur fingendo ideologie diverse, mirano tutti a mantenere in vita il sistema che ci opprime?
Come possiamo sperare in un domani, se l’oggi è ancora tutto da distruggere e demolire?
Paola Cortellesi non ha dubbi su questo: possiamo farlo solo riappropriandoci di noi stesse e facendo fronte comune con le altre donne e con chiunque sia vittima del sistema.
Soltanto alzando la testa, avendo il coraggio di parlare, di denunciare, di manifestare e di smettere di essere nemiche le une delle altre, possiamo far sentire le nostre urla arrabbiate e iniziare a costruire un domani migliore.

©Lucia Boggia

Fotogramma ripreso dal film