Uno degli interrogativi che più spesso affannano i praticanti pagani è la scelta tra il dover rientrare in una tradizione nello specifico o il poter sperimentare più tradizioni e lavorare con Divinità di Pantheon diversi allo stesso tempo.
In quest’ultimo caso si parla di eclettismo.
Alcune persone sono dell’avviso che per vivere il proprio percorso con una certa coerenza e sincerità, sia meglio aderire ad una tradizione specifica o quantomeno rientrare nei confini di quella cultura, pur non scegliendo alcuna tradizione ad essa legata.
Altri si sentono più liberi se hanno la possibilità di sperimentare, anche se questa seconda scelta può portare all’assoluta mancanza di limiti e dunque a mescolare tra loro due o più cose che in realtà appartengono ad ambienti culturali, filosofici e spirituali del tutto opposti.
Per questo di solito l’eclettismo non viene visto di buon occhio.
Devo dire che fino a qualche tempo fa non ho mai avuto dubbi sul mio percorso: mi sono sempre definita celtica e, pur non avendo finora ufficialmente abbracciato nessuna tradizione e pur avendo trascorso un periodo eclettico nel muovere i miei primi passi, ho sempre pensato di appartenere alla via celtica.
Negli ultimi tempi però il mio percorso sta cambiando, e a parte le varie evoluzioni che rientrano comunque nell’ambito celtico, mi sono più volte trovata faccia a faccia con la tentazione di sperimentare nuove vie, pur restando celtica di base.
Mi sono più volte chiesta: ma davvero ho bisogno di appartenere ad una tradizione?
In fondo La Dea è Una… certo, a seconda delle culture la vediamo in maniera diversa, ma è sempre Lei, è sempre La Dea.
Quindi… sarebbe davvero sbagliato cercare di capire se una sfumatura diversa, una Divinità diversa potrebbe aiutarmi a proseguire nel mio cammino?
E qui si inserisce il discorso sulla coerenza all’interno dell’eclettismo: se mi dichiaro pagana, seguo la tradizione celtica e La mia Dea è Brigit, non posso poi adorare Shiva o creare rituali e rivolgermi a Gesù. Perché si parla di due sistemi culturali, religiosi e spirituali totalmente opposti, che poggiano su basi totalmente diverse.
Se invece a un certo punto impazzisco e voglio provare a capire se quello che mi porta ad Afrodite o ad Artemide è solo un capriccio o può davvero aiutarmi con alcuni problemi del mio cammino presente, forse la mia incoerenza risulterebbe un po’ più “passabile”, dato che l’ambito spirituale di riferimento resterebbe lo stesso, ossia il paganesimo. Ciononostante resterebbe un’incoerenza.
E allora come risolvere la cosa? Mi verrebbe da dire che il modo migliore sia sperimentare o lasciar passare la crisi.
Eppure la crisi passa soltanto attraversandola: la crisi è una porta, una soglia da varcare, affinché ciò che abbiamo bisogno di comprendere e imparare ci sia finalmente accessibile e possa diventare parte integrante di noi stessi e del nostro cammino.
Nel peggiore dei casi, avremmo imparato qualcosa di nuovo e conosciuto una prospettiva diversa attraverso cui guardare il mondo.
Detto così non suona poi tanto male.
Un altro modo sarebbe cercare di capire se nella via scelta esista un corrispettivo della Divinità che ci chiama, pur essendo di un Pantheon differente. Ma… non è anche quella una forzatura?
Se ci incuriosisce quella Divinità, perché cercarla altrove?
È più o meno quello che sto vivendo in questo momento.
Sono davvero legata e radicata nella tradizione celtica, ho già un Trio di Divinità che mi seguono, mi guidano e mi spronano nel mio cammino: che senso ha “ingolfare” il mio altare interiore?
Magari quell’aspetto, quell’archetipo potrebbe essermi utile in questo momento, per aiutarmi ad affrontare il mio problema, ma non è una “vera” chiamata: mi è già capitato in passato, e il tempo ha dato ragione a questa conclusione.
Magari anche stavolta devo lasciare che il fiume scorra e mi dia le risposte che sto cercando.
E voi? Seguite una tradizione in particolare, siete eclettici o non avete nessuna posizione in merito?
©Lucia Boggia
In foto un frammento di quella che è oggi La Casa delle Vestali, presso il Foro Romano.
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