Salve a tutte e a tutti!
Oggi voglio riprendere un po’ la mia rubrica sul paganesimo: è da un po’ che è lì, accantonata.
In particolare mi piacerebbe parlare di ciò che accade, quando un percorso nel quale ci avventuriamo e che scegliamo consapevolmente, si evolve e cosa questo può comportare.
Anche quando ero convinta che il cattolicesimo fosse la mia unica scelta, anche nei miei sei anni di “cattolicesimo fervente” in cui andavo a messa tutte le domeniche e cantavo nel coro… anche lì ho avuto tante e tante crisi.
Ma lì il motivo era diverso: allora non sapevo che nome dare al fenomeno, ma era perché non mi sentivo me stessa in quel mondo, in quello stile di vita, in quel sentiero.
Non facevo altro che sentirmi in difetto, non degna, lontana dalla Divinità… perché in fondo è un po’ l’educazione con la quale cresciamo.
Alla fine ho capito che non era il sentiero adatto a me.
Stavolta è un po’ diverso e credo che sia la mia prima vera crisi in quasi sette anni di paganesimo.
Non è la crisi del tipo descritto sopra: non mi sento in difetto, né indegna di stare qui o di dedicarmi alla Dea.
Né ho ripensamenti sul mio percorso, come quando mi nascondevo dietro la maschera della “fervente cattolica”: non è che mi sveglio un giorno e dico

“No, basta: sei troppo distante, vuoi troppo da me, non mi sento degna di “servirti”, perché c’è così tanta ingiustizia nel mondo e non fai niente?, mi sento tradita e allora mi allontano… e poi mi riavvicino e poi mi riallontano…”

Niente di tutto questo, anche perché i miei sentimenti lì erano dettati da due motivi: il primo era che fingevo di essere chi non ero, seguendo un sentiero non mio.
Il secondo era che, riprendendo il tema della Divinità Trascendente su cui si basa il Cristianesimo e quindi il Cattolicesimo, addossando a Dio ogni responsabilità nel bene e nel male e concependolo come appunto distante e inconoscibile… era ovvio che venissero fuori quei pensieri, proprio perché la distanza della Divinità, la sua trascendenza, il senso di “indegnità”, colpa e difetto di fronte alla sua grandezza sono la base su cui si fondano in genere i monoteismi delle religioni cosiddette “ufficiali”.
La crisi messa in atto invece da un percorso come quello spirituale pagano o comunque basato sulla Spiritualità della Dea e della terra, ha origini e radici completamente diverse, almeno come la sto sperimentando io in questo momento.
L’ho detto, in quasi sette anni credo sia la prima volta che mi capita veramente: all’inizio c’è stato l’approccio neofita, in cui si dà per scontato o per oro colato tutto ciò che si legge.
Poi ho iniziato a comprendere i miei bisogni e su questo a farmi la mia personale idea di questa spiritualità.
Sono partita dall’eclettismo puro, per poi capire che solo nella tradizione celtica avrei trovato la mia vera via: non è un caso che una delle ragioni che mi hanno spinta al paganesimo sia stata proprio la mia passione per I Celti e la loro storia e cultura.
Ho messo da parte alcune credenze o opinioni che mi ero fatta all’inizio e sono andata alla ricerca di persone con cui condividere il mio nuovo sentiero, ma tuttora (contando che mi trovo in una nuova città) non sono ancora riuscita a trovare qualcuno con cui aprirmi sinceramente e vivere la mia scelta.
Inoltre all’inizio, essendo ancora chiusa “nell’armadietto delle scope” (non avevo ancora comunicato a nessuno la mia scelta spirituale), ovviamente ero costretta a nascondermi, quindi ho solo letto e studiato libri sull’argomento, senza avere la possibilità di praticare attivamente.
O comunque il confronto con gli altri si fermava allo schermo del computer.
Poi ho scoperto Avalon… anche se in realtà le sue storie e i suoi miti mi hanno sempre affascinata da quando ero una bambina. Ma spiritualmente parlando, è stata una vera e propria scoperta e ho deciso di seguire quel sentiero.
Infine, essendo andata a vivere nella mia nuova casa, ho potuto iniziare a praticare seriamente, senza più limitarmi a leggere libri.
Dunque finora una vera e propria crisi non c’è stata: semplicemente ho imparato a distinguere i miei bisogni e su questi ho basato la mia personale esperienza di questo percorso, ho fatto di conseguenza le mie scelte, aprendo ulteriori sentieri all’interno del primo sentiero (sono diventata femminista e vegetariana e ho iniziato a pormi il problema di una maggiore attenzione all’ambiente), ho iniziato a capire come muovermi, eccetera.
Ma una volta che comprendi il suo sentiero e il tuo posto al suo interno, una volta che cominci ad agire coinvolgendo tutto il tuo essere e tutta la tua vita a 360 gradi (il paganesimo si fonda sull’immanenza e dunque non c’è scissione tra corpo e spirito e tra vita spirituale e vita personale: la lezione è proprio quella di portare nella vita di tutti i giorni, anche in piccolo, gli insegnamenti di questo sentiero. E non è per niente facile.), è ovvio che prima o poi qualcosa venga fuori: un bel vaso di Pandora, dal quale fuoriescono tutti i tuoi limiti, le cose che finora non hai voluto affrontare o semplicemente il tuo nuovo essere.
Tutto in natura è in continuo movimento, in costante evoluzione: dai cicli stagionali, al concime che diventa nuova vita, alla larva che diventa farfalla, ai mutamenti interiori che non sono meno evidenti. E quindi cambi di prospettiva, evoluzione emotiva, ciò che si pensava prima non si pensa più, eccetera.
Ecco… nell’ultimo anno, credo, questa evoluzione ha agito in me in sordina: ogni tanto ne avvertivo le scosse, ma ero alle prese con altre faccende, quindi ho solo dato per scontato che stessi cambiando, che fosse normale e che andasse bene così.
Ma quando poi la troppa evoluzione si accumula senza essere davvero riconosciuta e guardata in faccia, ecco che a un certo punto esplode. Ed è quello che sta accadendo a me, adesso: una rivoluzione, un’esplosione a 360 gradi, in cui tutto si mescola… vita personale, vita professionale, emozioni, spiritualità. Proprio perché abbiamo detto che in questo caso non esiste scissione: siamo uno. Uno con il creato, uno con La Dea, uno con tutto.
Gli ultimi due anni sono stati estenuanti, letteralmente: prendere tutto e andare a vivere in un’altra città, abituarsi a nuovi ritmi, ad un nuovo ambiente, alla lontananza dalla famiglia… creare delle nuove radici e trovare il coraggio di affrontare una nuova discesa agli Inferi, tornando ad afferrare quel bastone che così tanto mi ha aiutata la prima volta: la psicologia.
E grazie a questo nuovo percorso ho finalmente compreso alcune cose, ho finalmente iniziato a sciogliere dei nodi così stretti che mi stavano facendo soffocare. E ho finalmente avuto il coraggio, la forza e la fermezza di autoproclamarmi scrittrice e pubblicare la mia prima opera.
E sono arrivata fin qui… ma adesso… adesso il mio corpo, prima che la mia mente, mi dice di fermarmi…
La crisi esplode, sta venendo fuori, proprio perché sono giunta ad un nuovo traguardo che sta per diventare un nuovo punto di partenza: una miriade di nuovi nodi si sciolgono. E allora mi accorgo che il romanzo che stavo scrivendo non ha più alcun senso, poiché ha già subito milioni di cambiamenti e quasi tutto ciò che ho scritto in quelle pagine, proprio per effetto della mia evoluzione, non lo penso più.
Ma mettersi lì a correggere è un lavoraccio e non ne ho voglia, perché mi costringerebbe a guardare in faccia quella stessa evoluzione che non può più aspettare per essere manifestata.
E mi rendo anche conto che alcune cose non dipendono da me e l’unica cosa che posso fare è accettarle, punto. E che la serenità può venire solo da quell’accettazione.
E tante altre cose, come il voler ancora a tutti i costi dimostrare. Dimostrare che valgo, che non ho fatto la scelta sbagliata, che nonostante la lunga gavetta da affrontare, non sto qui con le mani in mano, ad aspettare che qualcuno si accorga di me.
E allora il forzarmi a scrivere a tutti i costi, pur di non avere sensi di colpa, perché nonostante il lavoro recente, ancora faccio fatica a slegarmi dal pensiero o dalla paura del giudizio altrui.
Ma ho compreso… ho compreso che perché la crisi abbia il suo effetto, devo permetterle di manifestarsi. In tutto il suo potenziale, in tutta la sua imponenza e portata, solo apparentemente distruttrice: come il fuoco che brucia solo per creare qualcosa di nuovo, così fa ogni crisi che attraversiamo.
Perché, come vuole l’etimologia della parola, “crisi” non vuol dire altro che possibilità: in realtà questo era quello che ricordavo significasse, ma per esserne certa ho controllato e ho scoperto che invece il vero senso è ancora più illuminante.
Crisi (dal latino crisis e dal greco κρίσις) significa infatti “scelta, decisione” e viene dalla voce verbale “distinguere, giudicare”.
La crisi apre in effetti uno spiraglio, e in questo in realtà rientrerebbe anche un po’ il senso di “possibilità”: essa apre la crepa attraverso cui guardare le cose in maniera differente e poi scegliere se imboccare il nuovo sentiero o meno.
Quindi il modo migliore consiste nel restare lì e fare in modo che la crisi agisca: metto da parte il romanzo, metto da parte ogni forzatura e mi dedico a pubblicizzare il mio libro o ad altre ispirazioni o alla cura del mio sito e dei miei canali.
Rifletto, mi raccolgo e raccolgo il coraggio di guardare in faccia la nuova me, la mia nuova evoluzione, la muta lasciata in terra e avvolta in una piccola spirale: la spirale della Dea e di una vita sempre in movimento.

©Lucia Boggia