Eccoci qui, per un nuovo appuntamento pagano: oggi analizzeremo un po’ più a fondo la tematica dell’etica nel paganesimo, che nello scorso articolo abbiamo solo introdotto di sfuggita.
Abbiamo detto che la spiritualità della Dea è fatta di immanenza, dunque tutto ciò che vediamo, tocchiamo, annusiamo è sacro, è La Dea.
Tutto ciò che ci circonda è La Dea e noi stessi rechiamo in noi una traccia di quella Divinità e dunque siamo direttamente connesse e connessi alla Dea, senza aver alcun bisogno di intermediari: possiamo direttamente comunicare con La Dea, siamo uno con La Dea, con il creato, con Il Ventre Cosmico.
Se siamo tutti connessi, dal più piccolo degli esseri umani, alle più alte vette, al cielo, a tutte le specie animali e vegetali, viene fuori che tutto ciò che facciamo, nel bene e nel male, si ripercuote in qualche modo e in qualche misura sulla grande catena. E per vedere questo non bisogna andare tanto lontano: di chi è la responsabilità di tutte queste catastrofi naturali? Di chi sono le responsabilità del cambiamento climatico? Chi continua ad estirpare gli alberi dalle loro radici, a cancellare interi boschi e foreste, ad uccidere degli animali innocenti, che disturbati nel loro habitat, hanno l’unica “colpa” di aver reagito a quella che loro hanno reputato un’aggressione?
Chi continua a mandare in giro belve feroci (ed è un complimento, in fondo: le belve feroci sono molto meglio), ad ammazzare per gioco e poi appendere le teste di poveri animali come trofei nelle case?
Chi continua a vendere armi per arricchirsi con guerre variamente giustificate?
E si potrebbe continuare all’infinito…
Il sentiero pagano ci dona una nuova lente attraverso cui osservare il mondo, la vita, la creazione.
Quelli appena accennati sono esempi che alla lunga ci coinvolgono più in larga scala, ma se solo vogliamo pensare ai nostri rapporti con le altre persone… come si fa a decidere, cosa è giusto e cosa no, cosa fa male e cosa fa bene?
Non esiste un libro che ci comandi cosa fare e cosa non fare: nessun obbligo, nessun dovere e nessun divieto. E se ci pensiamo, in realtà è proprio questa la vera essenza del libero arbitrio: non “Fai questo o non fare questo, altrimenti fai peccato, sei dannato, eccetera”, ma “Fai ciò che vuoi, fai ciò che ti rende libera/o, felice. Ma fai attenzione: se nel pensare a questa libertà vai a sconfinare nella libertà altrui o ti senti in diritto di calpestare chi (o cosa) ti trovi davanti, allora non stai agendo correttamente.”
In pillole, possiamo dire che è questo il nocciolo dell’etica pagana: vivere una vita piena e felice, ma essere anche consapevoli e responsabili.
Nei confronti di tutto e di tutti.
La Dea non vuole che ci mortifichiamo, che ci sentiamo perennemente in colpa perché chissà quale peccato abbiamo commesso.
Non vuole che ci priviamo di ciò che ci rende felici, perché “Così è scritto”.
Anzi, uno dei testi ancora oggi molto importanti per i praticanti pagani recita:

“Mia è l’estasi dello spirito,
e mia è altresì la gioia sulla Terra;
perché la mia legge è amore verso tutti gli esseri viventi.”

E ancora:

“Che la mia adorazione risieda nel cuore che gioisce;
giacché tutti gli atti di amore e piacere sono rituali a me consacrati.
E perciò che in voi ci siano bellezza e forza,
potere e compassione,
onore ed umiltà,
gioia e venerazione.”

Qualcuno potrebbe domandare: ma non si era detto che non esiste un libro di leggi scritte?
Ed è così. Non esiste.
Pur tuttavia tantissime persone ispirate scrivono testi, canti e libri che, senza porsi minimamente come testi sacri così come li intendono le religioni monoteiste ufficiali, cercano comunque di essere una guida nella vita dei praticanti e di chi sceglie di seguire il sentiero della Dea: sono libri di informazione, di cultura, libri che intendono offrire una risposta spirituale diversa a chi oggi nutre dei bisogni e delle necessità diverse, rispetto a quelle che ci vengono imposte dalla società.
E dunque una spiritualità che inneggia sì alla felicità, alla libertà, all’amore e al piacere, ma anche una spiritualità concreta e materiale, una spiritualità responsabile: nei confronti di noi stessi, degli altri e del creato.
Nei confronti di noi stessi e degli altri, perché la spiritualità non è un palliativo, non è una scappatoia, né una scusa per non guardare ai lati “oscuri” e scomodi di noi stessi.
Anzi, è proprio l’opposto: La Dea ci chiede di affrontare le nostre ombre, di accettarci così come siamo, senza essere giudicanti, né troppo indulgenti: dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia le nostre paure e le nostre ferite e di lavorarci, senza riversarle e proiettarle sulle altre persone. Anche questo è parte nel cammino pagano: riconoscere chi siamo, riconoscere le nostre ferite e imparare a gestirle, senza ferire chi ci circonda.
Nei confronti del creato, perché noi siamo il creato: siamo parte di questa immensa bellezza che ci circonda e che giorno dopo giorno uccidiamo sempre di più, senza nemmeno rendercene conto.
Partiamo dai piccoli gesti: cerchiamo di fare la nostra parte, cerchiamo di evitare sprechi e inquinamento, differenziamo i rifiuti, facciamo informazione o se ce la sentiamo facciamo volontariato, raccogliendo i rifiuti o soccorrendo chi ne ha bisogno, che siano animali, persone, quello che ci sentiamo di fare. Se l’attivismo non è nelle nostre corde, siamo “passivamente” attivi: facciamo informazione, scriviamo, se siamo Youtuber divulghiamo… qualsiasi cosa ci sentiamo di fare… è questo il vero scopo della Spiritualità della Dea. Creare una nuova visione del mondo, una nuova visione dell’umanità, creare concretamente un nuovo mondo, un’alternativa di gran lunga migliore al mondo che ormai stiamo per lasciarci dietro.
Perché, che lo ammettiamo o no, il vecchio sistema non regge più: è ora di qualcosa di nuovo.

©Lucia Boggia

I versi citati sono ne L’Incarico della Dea, di Dorieen Valiente